Le opportunità del fallimento della guerra israelo-americana contro l'Iran
Ritorno al multilateralismo e transizione energetica verde.
L’attacco israelo-americano contro l’Iran si è rivelato fallimentare prima del previsto e in proporzioni inaspettate. Se valutato rispetto agli obiettivi dichiarati, solo il primo obiettivo è stato centrato: l’eliminazione della guida suprema Alì Khamenei. Il secondo, l’eliminazione del programma nucleare e dell’arsenale missilistico iraniano, è riuscito solo parzialmente, difficile valutare in che misura, ma non in modo decisivo e irrimediabile. Il terzo, la sollevazione popolare e il cambio di regime, è stato palesemente mancato. Per vincere la guerra, al regime degli ayatollah e dei pasdaran sarebbe bastato sopravvivere all’aggressione della superpotenza militare globale e del suo potente alleato regionale. Il regime, non solo è sopravvissuto, come è sopravvissuta la sua potenzialità militare, ma ha ottenuto persino di più: il controllo dello stretto di Hormuz. Mediante il quale può provocare una crisi energetica globale o imporre un pedaggio di due milioni di dollari alle petroliere in transito, con cui ripagarsi i danni di guerra e neutralizzare le sanzioni. È vero che il regime ha perso la guida suprema e molti capi politici, religiosi e militari, ma anche questo potrebbe tradursi in un vantaggio nella misura in cui produce sburocratizzazione e rinnovamento.
La percezione del fallimento della nuova guerra israelo-americana è stata quasi immediata. Giocavano a sfavore i fallimenti delle precedenti guerre mediorientali, misurati però nel corso degli anni, non dei giorni; il senso di improvvisazione da parte americana nell’intraprendere un’avventura militare voluta soprattutto dagli israeliani; il gran colpo di teatro in apertura della guerra dell’omicidio mirato di Alì Khamenei (e della sua famiglia) e di molti dirigenti iraniani, a cui non è seguito il crollo del regime; la tragedia della strage di 168 bambine della scuola elementare di Minab, lo stesso giorno, che faceva subito intravvedere la sproporzione del costo umano di un’altra guerra condotta sganciando bombe sulla popolazione civile; l’applicazione definitiva della legge del più forte che pretende troppo da se stessa. La caduta del regime teocratico sarebbe stata una festa, che però avrebbe potuto aprire la strada a nuove tragedie in Iran e nel mondo, così come il successo della cattura americana del presidente Nicolas Maduro in Venezuela ha aperto la strada alla disastrosa guerra israelo-americana in Iran.
Poiché l’avventura militare contro l’Iran è andata così, e la storia non è ancora finita, può ancora peggiorare, possiamo vedere le opportunità che presenta, per orientarci meglio nel prossimo futuro. La prima è il possibile arresto del delirio di onnipotenza. Puoi essere lo stato più potente del mondo, ma non puoi comandare il mondo a colpi di Tomahawk e minacciare genocidi. Prima o poi, qualcuno che rifiuta di piegarsi lo trovi e la produzione di Tomahawk non riesce a star dietro alla tua macabra esibizione di potenza. Per combinare qualcosa di buono, devi tornare al multilateralismo e al tanto disprezzato diritto internazionale. La seconda è la possibilità di avviarsi al definitivo superamento della principale causa delle guerre mediorientali: la dipendenza dagli idrocarburi. Possiamo farcela con l’energia solare, del vento, le sonde geotermiche, forse con un nucleare di nuova generazione, di cui possiamo disporre in ogni paese, senza andare a depredare e trivellare luoghi lontani, attraversando rotte pericolose. Quando la dipendenza dal gas e dal petrolio sarà solo più residuale, l’Iran non potrà più strozzarci e noi non avremo più motivo di annientarlo. Anche la nostra complicità con l’estrema destra genocida al governo di uno stato alleato sarà diventata inutile. La terza è che noi “occidentali” potremo diventare più umili verso il resto del mondo, più coerenti con i valori che proclamiamo essere nostri, in particolare quando li calpestiamo, e forse saremo anche più rispettati, perché se essere rispettati c’entra qualcosa con l’essere temuti, non c’entra nulla con l’essere odiati.


