L’ONU ha 80 anni: il mondo può farne a meno?
L'Organizzazione delle Nazioni Unite è in crisi, ma continua a svolgere un ruolo giuridico, diplomatico, umanitario insostituibile
Ottant’anni dopo la sua nascita, l’ONU non è morta, ma respira a fatica.
L’organizzazione che doveva garantire la pace mondiale attraversa una crisi di credibilità senza precedenti, proprio nell’anno in cui l’Assemblea Generale ha proclamato il 2025 “Anno Internazionale della Pace e della Fiducia”. Un anniversario celebrato con discrezione, quasi con imbarazzo, mentre le guerre infuriano e i veti si moltiplicano.
Fondata il 24 ottobre 1945, l’ONU contava allora 51 Stati membri: oggi sono 193. In ottant’anni ha evitato un nuovo conflitto mondiale, ha creato una rete umanitaria senza pari e contribuito allo sviluppo di norme internazionali sulla pace, i diritti umani e il clima. Ma tutto questo sembra sbiadire davanti alla paralisi del Consiglio di Sicurezza e all’impotenza dell’organizzazione di fronte ai conflitti contemporanei.
Tre guerre, tre veti
In Ucraina, la Russia — membro permanente del Consiglio — ha bloccato ogni risoluzione che la condannasse per l’invasione del 2022: sette veti fino all’ottobre 2025. La risposta alla guerra è stata guidata dall’alleanza atlantica, marginalizzando l’ONU al ruolo di spettatore.
A Gaza, i veti sono arrivati dagli Stati Uniti: tre dal 7 ottobre 2023, sempre su un cessate-il-fuoco che avrebbe potuto salvare decine di migliaia di vite umane. Israele, nato nel 1947 da una risoluzione ONU, oggi ne viola 43 senza conseguenze: un record mondiale. Il paradosso è evidente — e il Segretario Generale, che ha definito Gaza una “fossa comune per bambini”, è stato accusato da Israele di essere “di parte”.
In Sudan, la guerra tra esercito e milizie paramilitari prosegue nel silenzio quasi generale. L’ONU è rimasta ai margini, superata dall’Unione Africana e da negoziati regionali. Due veti cinesi hanno bloccato l’embargo sulle armi. Risultato: una generazione di bambini “sull’orlo del baratro”, come ha denunciato l’UNICEF.
Un’istituzione in crisi, ma necessaria
Molti osservatori parlano di un’ONU paralizzata. Ma l’organizzazione non è immobile: lavora dove gli Stati non arrivano e fa cose che nessuno racconta.
Vaccina il 58% dei bambini del pianeta (UNICEF).
Nutre 120 milioni di persone in 80 paesi (WFP, Nobel 2020).
Smina tre campi da calcio al giorno (UNMAS).
Giudica undici criminali di guerra al mese (TPPI).
Fa volare un aereo umanitario ogni novanta minuti.
Eppure la sua crisi è anche economica: il bilancio annuale è di soli 3,5 miliardi di dollari — meno di tre ore di spesa militare degli Stati Uniti — e Washington deve ancora 1,1 miliardi di arretrati. Israele ha espulso l’UNRWA dai Territori Occupati; la Russia ha chiuso tre uffici ONU sul proprio territorio.
I limiti strutturali
Il problema è politico e istituzionale.
L’architettura del veto, pensata nel 1945 per garantire la cooperazione tra vincitori della guerra, oggi serve a bloccare ogni decisione contraria agli interessi delle grandi potenze. È la radice della paralisi. Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti usano il veto come strumento di politica estera, trasformando il Consiglio di Sicurezza in un’arena di potere più che di pace.
Ma la crisi dell’ONU riflette anche un mutamento del mondo: i conflitti moderni sono “internazionalizzati”, come ha scritto David Miliband, con attori regionali e globali che alimentano guerre civili per interessi propri. Il multilateralismo è logorato da una leadership debole e da alleanze ristrette. L’ONU è diventato un foro da usare o ignorare a seconda della convenienza.
Le riforme possibili
Il “Summit del Futuro”, tenutosi a settembre 2025, ha rilanciato alcune proposte di riforma:
obbligo di spiegare pubblicamente ogni veto entro dieci giorni;
nuovi seggi permanenti per Africa, America Latina e India;
forze di pace leggere pronte in trenta giorni, sul modello UE-ONU.
Altre idee circolano da tempo: un veto “a scadenza” (dopo tre blocchi sullo stesso conflitto, decisione a maggioranza qualificata), un Parlamento ONU di 300 membri eletti direttamente, una tassa sulle transazioni finanziarie che garantirebbe 400 miliardi l’anno per il clima.
Gli scenari futuri
Tre sono gli scenari possibili.
Il primo è lo status quo: paralisi e declino, con l’ONU ridotta a coordinatore umanitario.
Il secondo è la riforma e il rilancio, se la comunità internazionale troverà il coraggio di aggiornare la sua architettura.
Il terzo è la trasformazione: un mondo “polylaterale” dove città, regioni, aziende e ONG sostituiscono le organizzazioni internazionali in reti fluide e tematiche.
ONU irrinunciabile anche se imperfetta
Nonostante tutto, l’ONU resta un’infrastruttura globale insostituibile. È l’unico spazio dove 193 nazioni, grandi e piccole, possono parlare da pari. È l’unico sistema in grado di coordinare soccorsi umanitari su scala planetaria. È l’unico attore che possa ancora dare legittimità al diritto internazionale.
Senza l’ONU, chi distribuirebbe due miliardi di pasti? Chi assisterebbe 85 milioni di rifugiati? Chi impedirebbe al vaiolo di tornare?
La crisi dell’ONU non è il fallimento delle Nazioni Unite, ma il fallimento politico dei suoi membri, in primo luogo di quelli che siedono in modo permanente al Consiglio di Sicurezza. L’organizzazione sopravvive ai propri limiti perché rappresenta un’idea che non ha alternative: che la pace e la legge possano ancora valere più della forza.
Se il mondo civile potrà fare a meno dell’ONU, dipenderà solo da quanto vorrà fare a meno di se stesso.


