Perché voto NO al referendum sulla separazione delle carriere
La riforma Meloni-Nordio divide la magistratura, per sottomettere le procure al potere politico. I PM saranno più morbidi nei confronti dei colletti bianchi e più duri nei confronti dei deboli.
Ho sempre votato contro le riforme costituzionali, perché le ritenevo sbagliate nel merito e mosse da principi contingenti, come se si trattasse di riforme ordinarie. Un indizio del carattere miope di queste riforme è stata la pretesa di imporle a maggioranza semplice, con il conseguente rinvio al referendum confermativo. Così fu per la riforma del titolo V della Costituzione, che sovrapponeva competenze dello stato e competenze delle regioni, per andare incontro alla Lega Nord e tentare di prevenire, senza riuscirci, la vittoria elettorale del centrodestra nel 2001. Così, fu con la devolution del 2006, che aggravava la precedente riforma, a detrimento dell’unità e solidarietà nazionale. Lo stesso ricapitò nel 2016 con la riforma Renzi-Boschi, che voleva abolire il senato e rafforzare l’esecutivo. Poi di nuovo, nel 2020, con la riduzione del numero dei parlamentari voluta del M5S, con la motivazione di risparmiare qualche soldo, a sacrificio della rappresentanza. Qualcosa di altrettanto simile succede oggi, sebbene come epilogo di un conflitto istituzionale che dura da trent’anni, mosso da una parte della politica, quella che vuole sottrarsi al controllo di legalità, contro la magistratura. Una riforma che serve appunto a depotenziare il potere giudiziario di fronte al potere politico, per mettere quest’ultimo al di sopra della legge. Quindi, un’altra riforma che non guarda all’interesse collettivo futuro, ma all’interesse particolare immediato.
In che modo lo fa? Separando le carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente, il governo, perché è il governo l’autore e l’attore di questa riforma costituzionale, spezza l’unità dell’ordine giudiziario, secondo il principio “divide et impera”. I pubblici ministeri, separati dai giudici, saranno più esposti e vulnerabili alle pressioni politiche. Più facili da intimidire, quando assumono iniziative che mettono sotto inchiesta politici di potere o ostacolano le loro leggi, quelle in contrasto con la Costituzione e i trattati internazionali. Infatti, a motivare la riforma, nella retorica governativa, c’è l’idea che oggi i magistrati ostacolano il governo e dunque la “volontà degli italiani”, mettendo così in contrapposizione la propria legittimazione politica al principio di legalità, ossia il principio di divisione dei poteri. Votare NO al referendum significa in primo luogo difendere la divisione dei poteri dello stato, cardine della democrazia liberale, un sistema nel quale la maggioranza governa, ma rispetta i diritti delle minoranze e dei soggetti più vulnerabili.
Nella riforma, la separazione delle carriere si accompagna allo sdoppiamento dei CSM e all’introduzione di una Alta Corte di Giustizia, per le funzioni disciplinari. L’elezione di questi organismi avverrà per sorteggio. Il sorteggio per i membri togati sarà integrale o forse attenuato. Nessuno lo sa, perché la riforma non lo dice. Le modalità saranno definite da leggi attuative future. Neppure si sa tra quanti magistrati si sorteggerà, né con quali requisiti. Per i membri laici, il sorteggio avverrà su una lista compilata dal parlamento: s’ignora quante persone conterrà e con quale maggioranza verrà approvata. Più la lista sarà corta, più il parlamento, cioè la maggioranza di governo, decide chi può entrare al CSM. Questa non è un’imprecisione tecnica: è una delega in bianco. Sebbene i membri laici saranno solo un terzo, saranno un gruppo più compatto e orientato dei due terzi dei membri togati, scelti per caso. Lo scopo dichiarato è spezzare il potere delle correnti. Come un tempo si diceva di voler spezzare la partitocrazia. Il risultato è stato lo svilimento del parlamento sottomesso all’esecutivo. Il risultato prevedibile sarà lo svilimento del CSM, sdoppiato e nominato a caso, anch’esso sottomesso in modo indiretto alla politica e dunque all’esecutivo. I partiti e le correnti, nelle loro logiche spartitorie, sono un problema. Ma quando, invece, di correggere la degenerazione, si decide di eliminare l’organizzazione del pluralismo, si finisce per farlo a favore di un solo partito, una sola corrente, un solo orientamento maggioritario e forse neppure davvero maggioritario. Come i governi che ormai si reggono su maggioranze relative, ossia minoranze assolute di votanti. Votare NO al referendum significa preservare l’unità dell’ordine giudiziario, del suo organo di autogoverno, del suo pluralismo e dell’autorità e autorevolezza dei suoi membri. Condizioni necessarie e funzionali a una effettiva divisione dei poteri dello stato.
Ma, si può obiettare, almeno il principio della separazione delle carriere andrebbe salvaguardato, a garanzia del cosiddetto giusto processo. Un giudice terzo a fronte di un avvocato dell’accusa e un avvocato della difesa. Arbitro tra due giocatori. Eppure, il processo non dovrebbe essere una partita sportiva, ma una situazione di accertamento della verità giudiziaria. Lo schema del giusto processo implica che il PM sia l’avvocato dell’accusa, che vuole vincere il confronto, facendo condannare l’imputato. Misurerà il valore della sua carriera nei numeri di quanti rinvii a giudizio e quante condanne a quali pene è riuscito a ottenere. Non sarà una garanzia, sarà una minaccia per tutti gli imputati che non saranno in grado di pagarsi un buon avvocato. Non si tratterà degli imputati eccellenti, politici, imprenditori, per i quali la riforma è concepita. Saranno lavoratori, migranti, studenti, tossicodipendenti, contro i quali la riforma è concepita. Si sarà infatti notato nella retorica del governo l’alternarsi di un doppio registro. Uno giustizialista contro i miserabili e uno garantista a favore dei colletti bianchi. Questo è un ulteriore motivo per opporsi alla separazione delle carriere. Mantenere un PM con la cultura della giurisdizione, che cerchi le prove sia contro, sia a favore dell’imputato, che sia imparziale come il giudice, a garanzia di tutti.
Ho votato NO alle precedenti riforme costituzionali perché le ritenevo sbagliate. Voterò NO a questa riforma, perché oltre a essere sbagliata, la ritengo anche pericolosa.


