Narges Mohammadi sta morendo, ma il petrolio è più importante della libertà
Il regime iraniano nega le cure al Premio Nobel e accelera le esecuzioni. Mentre il mondo guarda al blocco di Hormuz, i diritti umani scivolano nell'oblio. Gli strumenti efficaci restano inutilizzati.
L’attivista iraniana per i diritti umani Narges Mohammadi rischia di morire in un ospedale di Zanjan. Soffre di pressione bassa, due embolie polmonari pregresse, un sospetto infarto avvenuto a marzo, e interventi cardiaci pregressi. L’ospedale dove è detenuta non ha le competenze per curarla. I suoi medici si trovano a Teheran. Le autorità rifiutano il trasferimento, nonostante le richieste della famiglia e del Comitato Nobel. Suo fratello Hamidreza, che vive in Norvegia, si sveglia ogni mattina aspettandosi la notizia peggiore. Il marito, Taghi Rahmani, accusa il Ministero dell’Intelligence di volerla lasciare morire: “Non avrebbero alcun problema se morisse.”
Mohammadi è stata insignita del Premio Nobel per la Pace per il suo lavoro di promozione dei diritti umani in Iran e per la lotta contro l’oppressione delle donne. Per gli stessi motivi è stata arrestata 13 volte, condannata a 31 anni di carcere e 154 frustate. Non vede i figli dal 2015. Continua a rifiutare il velo obbligatorio anche durante i trasferimenti in ospedale. Suo fratello la descrive come “una forza della natura”. Gli esperti consultati dalla famiglia concordano: le condizioni sono critiche, servono cure specialistiche e almeno un mese lontano dal carcere. Ogni giorno senza trasferimento aumenta il rischio di un esito fatale.
In Iran, la condizione di Mohammadi è la norma
Le fonti più recenti documentano un deterioramento sistematico delle condizioni dei prigionieri politici in Iran. Amnesty International descrive per il 2024–2025 un sistema in cui arresti arbitrari, torture, detenzioni senza processo e repressione della libertà di espressione sono pratiche strutturali. Secondo la Fédération internationale pour les droits humains, l’Iran ha eseguito 1.023 esecuzioni nel 2024 e almeno 700 nei primi sei mesi del 2025: i numeri più alti dagli anni Ottanta. Tra i giustiziati figurano almeno 9 minorenni nel 2024 e 7 nella prima metà del 2025. Almeno 42 manifestanti detenuti dal 2022 e 38 altri prigionieri politici attendono l’esecuzione nel braccio della morte.
Il sistema giudiziario nega il diritto alla difesa in modo sistematico: arresti senza mandato; lunghi periodi di isolamento; accesso negato a familiari e avvocati; confessioni ottenute sotto tortura e ammesse come prove; processi rapidi e privi di garanzie. Il Center for Human Rights in Iran parla di una “escalation mortale” volta a terrorizzare la popolazione e soffocare il dissenso. La negazione delle cure mediche è parte di questa strategia: molti prigionieri politici, in particolare le donne, denunciano ritardi, rifiuti e interruzioni delle cure con conseguenze letali. La stessa organizzazione chiama questo metodo “esecuzione lenta e silenziosa.”
La repressione colpisce gli attivisti del movimento “Donna, Vita, Libertà”, i difensori dei diritti umani, i giornalisti, gli avvocati, i sindacalisti, gli studenti, le minoranze etniche e religiose. I baha’i vengono condannati a lunghe pene detentive per la sola appartenenza religiosa. Nasim Simiyari ha condotto uno sciopero della fame per denunciare la persecuzione dei baha’i e la detenzione di Fariba Kamalabadi: lo sciopero della fame è diventato l’unico strumento di protesta in un sistema che non offre vie legali di ricorso. Nel 2025 una nuova ondata di arresti ha colpito centinaia di attivisti, membri di minoranze e semplici cittadini. Le autorità hanno imposto blackout informativi, tagliando i contatti con l’esterno e aumentando il rischio di torture e sparizioni forzate.
La guerra oscura i diritti umani
La famiglia di Mohammadi lo dice senza mezzi termini: il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha offerto al regime una copertura perfetta. Mentre l’attenzione internazionale è rivolta al conflitto, le autorità arrestano, torturano, giustiziamo, chiudono spazi civili e zittiscono il dissenso. “Il mondo deve svegliarsi”, dice Hamidreza. “Sembra che ora il petrolio sia più importante della libertà.” L’esperienza storica conferma: le guerre contro regimi autoritari tendono a rafforzare la repressione interna, non a indebolirla.
Le sanzioni economiche generali imposte all’Iran negli ultimi quindici anni hanno colpito soprattutto la popolazione: inflazione, farmaci introvabili, salari erosi, impoverimento diffuso. Molti analisti e ONG parlano apertamente di punizione collettiva. Queste misure non hanno indebolito l’apparato repressivo: hanno reso la popolazione più dipendente dallo Stato, hanno ampliato il potere economico dei Pasdaran sul mercato nero, e hanno fornito al regime la narrazione del nemico esterno.
Le sanzioni devono colpire i responsabili della repressione, non il popolo. Congelamento dei beni dei giudici che firmano condanne a morte; divieti di viaggio per i comandanti delle carceri; restrizioni finanziarie per i funzionari dell’intelligence; sanzioni personali contro ministri e dirigenti coinvolti nella repressione. Servono misure che affamino il potere, non la popolazione.
La pressione diplomatica funziona quando è coordinata e continua. I regimi autoritari reagiscono quando più Stati agiscono insieme, in modo coerente e ripetuto: convocando ambasciatori, ponendo condizioni chiare nei rapporti bilaterali, chiedendo accesso alle carceri, pretendendo cure mediche per i detenuti. Quando la pressione è frammentata e discontinua, il regime la ignora. Quando è unitaria e continua, diventa costosa.
Molti attivisti iraniani vivono in esilio e portano la voce dei prigionieri all’esterno. Garantire loro visti umanitari, protezione legale, piattaforme internazionali e accesso ai media globali significa rendere più difficile per il regime agire nell’ombra. I regimi temono la documentazione: raccogliere testimonianze, archiviare prove, monitorare i processi e pubblicare rapporti crea un costo reputazionale e giuridico che, nel tempo, limita la violenza.
Narges Mohammadi è un caso emblematico di questo meccanismo. Ogni volta che il suo nome appare sulla stampa internazionale, il regime perde margine di manovra. I prigionieri più protetti mediaticamente ricevono cure migliori, subiscono meno torture, e hanno maggiori probabilità di essere liberati. La visibilità è una forma di protezione. Pressione. Documentazione. Protezione. Visibilità. È questo che, storicamente, ha salvato vite nei regimi autoritari.
03.05.2026 BBC Concern for jailed Iranian Nobel laureate as brother fears she is dying
30.10.2025 FIDH Serious and systematic human rights violations in the Islamic Republic of Iran
29.04.2025 Amnesty International Iran: Human rights in Iran: Review of 2024/2025


