Motivi americani per non proseguire la guerra contro l'Iran
Poche munizioni, poteri presidenziali contestati, i Mondiali di calcio e le elezioni di MidTerm inducono Trump a non riprendere l'aggressione militare.
Un mio amico e collega mi ha proposto di scommettere un caffè o un cioccolatino sul fallimento della tregua tra Usa e Iran e la ripresa della guerra. Purtroppo, la sua ipotesi non si fonda su una valutazione precisa, ma solo sulla sfiducia che una guerra iniziata male, in modo sconsiderato, possa risolversi bene, in modo assennato. O almeno presto. Pur sperando nell’ipotesi opposta, non posso dire di esserne un sostenitore, ma per un caffè o un cioccolatino posso rischiare di sostenerla. Anche perché credo ci siano alcuni motivi americani, cioè dei promotori della guerra, che ne ostacolano il proseguimento.
Un motivo banale è che, a causa dell’intelligenza artificiale, che moltiplica i target, ma non stampa le armi, nei primi quaranta giorni di guerra gli Usa hanno consumato un numero spropositato di munizioni, tra missili d’attacco e intercettori in difesa. In un mese di guerra, gli Usa hanno lanciato contro l’Iran e una quantità di missili pari a circa nove anni di produzione standard, che si attesta solitamente sui 90-100 pezzi all’anno. Il lancio di quasi mille Tomahawk ha eroso tra un terzo e un quarto dell’intera riserva strategica americana, stimata tra le 3.000 e le 4.500 unità. Il costo unitario di circa 3,6 milioni di dollari, il solo primo mese di attacchi missilistici è costato oltre 3 miliardi di dollari.
Se la produzione non sta dietro all’impiego, il ritmo della guerra perde d’intensità fino a compromettere la potenza devastatrice su cui fa leva l’idea di schiacciante superiorità della potenza americana. Come può, il presidente degli Stati Uniti, sia pure il più pazzo (e criminale) della storia, essere preso sul serio quando minaccia la cancellazione della civiltà iraniana in una notte, se la sua pistola ancora fumante è quasi scarica? Senza considerare la possibilità che, nel frattempo altrove nel mondo, si apra un altro fronte, magari nel mar della Cina. Soprattutto, senza intercettori, molto costosi e di produzione complessa, gli Usa non possono proteggere i loro alleati arabi e persino Israele, dalla minaccia di droni e missili iraniani, molto economici e di facile produzione. Un missile intercettore, come i Patriot o i SM-3, può costare tra i 2 e i 10 milioni di dollari. Un drone d’attacco iraniano, tipo lo Shahed, costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari. L’Iran può saturare le difese americane per sfinimento finanziario e produttivo.
Un motivo più complicato, ma altrettanto insidioso, è che Donald Trump non è ancora riuscito a instaurare una dittatura negli Stati Uniti. I suoi poteri di guerra sono contestati al Congresso. L’opposizione democratica è contraria e molti repubblicani temono di perdere il proprio seggio alle prossime elezioni. Nei voti alla Camera e al Senato tra il 15 e il 16 aprile, il blocco dei poteri presidenziali è stato bocciato con una maggioranza molto risicata: 52 a 47 al senato e 214 a 213 alla camera. Ma a fine mese scadranno i termini legali previsti dalla War Powers Resolution del 1973, e il Congresso può tornare a votare per autorizzare il proseguimento delle operazioni oltre i 60 giorni. Con i numeri che abbiamo visto, un solo deputato che cambia idea basta per negare l’autorizzazione. Con una guerra in corso, la pistola scarica si abbinerebbe a un pistolero delegittimato.
Un motivo ancora sottovalutato sono i prossimi Mondiali di calcio a giugno 2026 negli Stati Uniti. Si tratta dell’evento sportivo più grande del mondo. Gestire la sicurezza interna e l’afflusso di milioni di turisti mentre si è in guerra aperta nel Golfo Persico, con il rischio di attacchi asimmetrici o cyber, è un incubo che il Pentagono vuole evitare a ogni costo. I preparativi per la sicurezza sono in ritardo Il Congresso Usa è in stallo per un ammanco di 625 milioni di dollari necessari a finanziare la sicurezza federale dell’evento, con i funzionari locali che avvertono di non essere pronti a gestire minacce asimmetriche in tempo di guerra. Nonostante la retorica bellica, il Presidente Trump ha assicurato il presidente della Fifa che l’Iran sarà autorizzato a competere, perché il calcio è un possibile strumento di pace. Sarà difficile per gli Stati Uniti essere nello stesso tempo il cerimoniere dello sport e una potenza in guerra.
Un motivo che tutti valutano, ma i cui effetti sono visti ancora lontani nel novembre 2026, è dato dalle elezioni di MidTerm, quando gli esiti fallimentari della guerra saranno ormai evidenti e acquisiti dal dibattito pubblico e, insieme con questi, il costo della benzina, delle tariffe energetiche, dei prezzi alimentari e dell’inflazione. Storicamente, i presidenti americani da questo tipo di elezione escono azzoppati. Per i repubblicani è già prevista la sconfitta. Con sulle spalle un’altra inutile disastrosa guerra in Medio Oriente, la sconfitta diventerebbe un tracollo.
L’ordine via social di Trump a Israele di cessare il fuoco in Libano, condizione posta dagli iraniani per riaprire Hormuz, va nel senso di un accordo allo scadere della tregua o nell’immediato futuro. È vero che Trump, per chiudere la guerra avrebbe bisogno di un trofeo, per poter dichiarare vittoria. Per esempio, l’acquisizione dell’uranio arricchito al 60%, sepolto in qualche sito iraniano, a Isfahan e Natanz, per cui pare disposto a offrire 20 miliardi di dollari. Ma per gli iraniani sarebbe una sconfitta simbolica, salvo rilanciare e ottenere molto di più. Probabile che Trump debba accontentarsi di una sospensione del programma nucleare. Cosa che avrebbe potuto ottenere fin dall’inizio con un semplice trattativa. Gli iraniani, ormai conoscono la tecnologia e, pur perdendo tempo, possono ricostituire ciò che dovrebbero cedere. Con la chiusura dello stretto di Hormuz hanno scoperto di avere un potere deterrente paragonabile a quello della bomba atomica. Non possono far esplodere il mondo, ma possono strozzarlo.



Tutto condivisibile, ma non sottovaluterei la capacità produttiva dell'industria bellica, che è fatta apposta per bruciare e rifare, insieme alle altre componenti che fanno pressione a favore della guerra infinita, senza temere le contraddizioni che sono parte integrante di questo programma antipolitico; vedremo se l'opposizione dem la sfangherà per un punto