La tratta degli schiavi africani, il "peggior crimine contro l'umanità"
Risoluzione dell'Assemblea generale dell'ONU approvata da 123 paesi con il voto contrario di Usa, Israele, Argentina e l'astensione del Regno Unito e degli stati dell'Unione europea, compresa l'Italia
L’Assemblea generale della Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi africani il peggior crimine contro l’umanità. La risoluzione è stata promossa dal Ghana, paese della costa occidentale dell’Africa, che ospita siti come il Castello di Elmina o Cape Coast Castle, simboli fisici della “Porta di non ritorno”, per i neri catturati, deportati e schiavizzati nelle Americhe. Si trattò di dodici-quindici milioni di persone, tra il Cinquecento e l’Ottocento. Due milioni morirono nel tragitto. Hanno votato a favore della risoluzione 123 paesi; contro Stati Uniti, Israele e Argentina; si sono astenuti il Regno Unito e i paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia. Le risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU non sono vincolanti, ma hanno un grande valore simbolico.
Le ragioni del sud globale
La risoluzione promossa dal Ghana è parte della campagna per la giustizia riparativa, tema ufficiale dell’Unione Africana per il 2025. L’iniziativa è mossa dalla volontà di affermare il riconoscimento di un eccezionale crimine storico. Oltre 400 anni di commercio sistematico di una enorme massa di esseri umani trasformati in merce, dentro un’architettura legale e statale integrata nell’economia globale dell’epoca. Che ha dato origine al sottosviluppo e alla povertà di molti paesi africani odierni. Oggi, l’Africa è gravata da un debito di 1.100 miliardi di dollari, una cifra equivalente al PIL di alcune delle maggiori economie africane messe insieme, mentre gran parte delle sue risorse storiche umane e materiali hanno costruito la ricchezza dell’Occidente. Schiavismo, colonialismo, e diseguaglianze giustificati ieri e oggi con le ideologie razziste, che continuano a produrre discriminazioni.
I sostenitori della risoluzione affermano che l’obiettivo non è colpevolizzare le attuali generazioni occidentali, ma avviare un processo di riparazione. Un processo che implica l’ammettere una responsabilità storico-politica, mediante l’espressione di scuse ufficiali e la revisione dei testi scolastici; il restituire manufatti, archivi e beni spirituali saccheggiati (come i Bronzi del Benin); il riformare le istituzioni finanziarie internazionali (FMI, Banca Mondiale) per correggere le disuguaglianze storiche.
La trincea giuridica dell'Occidente
Questa impostazione è però rifiutata dai paesi contrari alla risoluzione o astenuti. Secondo gli Stati Uniti, con il supporto dei Paesi Ue, l’attuale diritto internazionale non esisteva nei secoli XVIII e XIX, quindi non vale applicare a eventi di quell’epoca il moderno concetto di “crimine contro l’umanità”, perché ciò violerebbe il principio giuridico secondo cui una legge non deve punire retroattivamente azioni considerate legali al momento di essere commesse. Accettare la retroattività creerebbe un precedente pericoloso, per gli Stati esposti a infinite richieste di risarcimento per qualsiasi evento bellico o coloniale del passato. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere un “diritto legale alle riparazioni” per torti storici. Gli Stati Europei, astenendosi, accettano di condannare la tratta e nello stesso tempo si proteggono da potenziali cause legali miliardarie che potrebbero colpire banche, compagnie assicurative e tesorerie statali. L’altro dei tre NO, l’Argentina, è parte del nuovo asse di estrema destra latino-americana, che rifiuta la narrativa decoloniale. Un blocco ideologico caratterizzato da populismo nazionalista, conservatorismo sociale, allineamento ai sovranismi globali, che reagisce al progressismo nella regione.
Inoltre, questi Stati rifiutano l’uso di aggettivi come “il peggiore” o “il più grave”, perché dal punto di vista del diritto internazionale, non esiste una gerarchia tra i crimini contro l’umanità. Il genocidio, la pulizia etnica e la schiavitù sono tutti da considerarsi al massimo livello di gravità. Definirne un crimine come il “peggiore” rischia di sminuire altre tragedie, come l’Olocausto o altri genocidi del XX secolo, e trasforma una questione legale in una competizione morale tra vittime. In particolare, Israele, oltre a essere comunque solidale con gli Usa, è contrario a qualsiasi risoluzione che possa ridefinire o “diluire” l’unicità della Shoah attraverso classifiche dei peggiori crimini della storia.
Alcune delle motivazioni degli Stati contrari alla risoluzione o astenuti sono condivisibili o comunque comprensibili. Il principio nullum crimen sine lege è serio nel diritto internazionale. Tuttavia, la posizione contraria o astenuta coincide con gli Stati responsabili ed eredi dello schiavismo e del colonialismo: gli Stati Uniti, il Regno Unito e i principali Paesi Europei come la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Spagna, il Portogallo. Per i Paesi europei votare sì avrebbe voluto dire ammettere la colpa storica e accettarne le conseguenze legali. Mentre, l’astensione ha loro permesso di tenere insieme la condanna morale con il sottrarsi al risarcimento. Gli Stati Uniti, oltre a essere chiamati in causa per il loro passato schiavista, si sentono messi in discussione nella loro posizione di egemonia morale sul mondo.
Un primato sempre più relativo
In effetti, la risoluzione del Ghana viene promossa in un momento in cui gli Stati Uniti continuano a detenere il potere militare e il potere economico come primato sempre più relativo, mentre declinano vistosamente sul piano dell’egemonia morale e culturale. Un declino a cui gli Usa hanno tentato di rispondere con una rivalutazione del loro passato, anche coloniale, e il rilancio di nuove guerre di civiltà. Intellettuali e politici conservatori hanno iniziato a sostenere che il colonialismo abbia portato “infrastrutture, ferrovie e democrazia”, allo scopo di bilanciare gli orrori con presunti benefici. La lotta contro l’abbattimento delle statue e la revisione dei programmi scolastici è diventata una bandiera politica per molti governi conservatori, che vedono nel riconoscimento delle colpe coloniali una forma di “auto-odio” nazionale. La stessa astensione italiana può essere letta anche attraverso la lente di una politica interna che cerca di riscoprire un “orgoglio nazionale” che fatica a fare i conti con le ombre del proprio passato in Libia, Etiopia, Eritrea.
Mentre l’Occidente si impegna in conflitti d’identità che mettono i valori tradizionali contro il progressismo e promuovono lo scontro con l’Islam o con la Cina, il Sud Globale risponde con il realismo storico. I paesi africani dicono: “Voi parlate di difendere la civiltà e i valori universali, ma la vostra ‘civiltà’ si è costruita sulla nostra de-umanizzazione”. La risoluzione del Ghana serve a smascherare questa retorica. Se l’Occidente vuole ancora essere la guida morale del mondo, deve prima fare i conti con la de-umanizzazione sistematica su cui ha costruito la propria ricchezza.


