La riforma costituzionale della magistratura non cura i mali della giustizia
Separare le carriere e sorteggiare i membri del CSM sono interventi sulla forma, non sulla sostanza: organico carente, tre gradi di giudizio senza filtro, leggi confuse, risorse insufficienti
La riforma costituzionale della magistratura separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri (PM), con l’obiettivo dichiarato di superare la presunta sudditanza del giudice al PM. Una sudditanza che i numeri smentiscono: l’alto tasso di assoluzioni, intorno al 40-50% nei procedimenti giunti a dibattimento, secondo i dati del Ministero della Giustizia, mostra che i giudici italiani esercitano un controllo tutt’altro che compiacente sull’operato dei PM. Paradossalmente, separare le carriere potrebbe trasformare il PM in un “super-poliziotto” meno incline alla cultura della prova e più orientato alla ricerca del colpevole a ogni costo, privandolo di quella sensibilità giurisdizionale che oggi condivide con il giudice ed esponendolo maggiormente al controllo politico dell’esecutivo. Ma soprattutto, la separazione delle carriere non intacca le cause reali dell’inefficienza della magistratura, nonostante le promesse dei suoi promotori.
Una variante di questa promessa riguarda l’altra gamba della riforma: il cambiamento nell’architettura e nella composizione del CSM. Con il sorteggio dei suoi membri, liberi dall’influenza delle correnti, si avrebbero, secondo i fautori, magistrati in grado di nominare e promuovere i migliori. Ma anche questa soluzione presuppone che la giustizia inefficiente dipenda dalla composizione della magistratura nei ruoli direttivi, e non dalle mancanze della politica nel sostenere il sistema giudiziario.
I problemi reali della giustizia sono altri: la lunghezza dei processi, l’arretrato delle cause, gli errori giudiziari, il sovraffollamento delle carceri. Problemi che dipendono da cause precise. Prima fra tutte, la carenza di organico: migliaia di posti vacanti tra magistrati e personale amministrativo. Poi le strategie difensive rese possibili dai tre gradi di giudizio senza filtro: la possibilità di impugnare qualsiasi sentenza ingolfa le Corti d’Appello, spesso con l’unico scopo di raggiungere la prescrizione. C’è poi il populismo penale, cioè l’abitudine del legislatore di creare nuovi reati per ogni emergenza sociale invece di depenalizzare. E infine la scarsità di risorse: tagli ai fondi per la digitalizzazione e per la gestione delle strutture.
Il sovraffollamento delle carceri è una conseguenza diretta di scelte legislative di “diritto penale simbolico”, come le norme su droghe leggere e immigrazione, e della lentezza nel decidere sulle misure alternative. Una riforma che cambia il modo in cui vengono eletti i membri del CSM non svuota le celle, né accelera i tempi di un processo per direttissima.
Anche l’errore giudiziario nasce raramente dalla vicinanza tra PM e giudice: le cause più frequenti sono indagini lacunose per mancanza di fondi e tempo, eccessiva pressione mediatica sui casi giudiziari più eclatanti, complessità burocratica che produce vizi di forma. La separazione delle carriere è un intervento sulla “forma” della magistratura. Può piacere o meno sul piano teorico dello stato di diritto, ma è una diagnosi che non corrisponde ai mali del sistema giudiziario: se un treno è fermo perché i binari sono guasti e il motore è vecchio, cambiare la divisa al capotreno e al macchinista non lo farà arrivare in orario.
L’introduzione del sorteggio per i membri del CSM e la separazione in due Consigli distinti, uno per i giudici, uno per i PM, puntano a scardinare il cosiddetto “correntismo”. L’argomento a favore è che, eliminando le cordate delle correnti togate, le nomine dei dirigenti avverrebbero per merito e non per appartenenza. Supponiamo pure che questo risultato sia garantito: avremmo in teoria dirigenti migliori per gestire i tribunali con più efficienza. Ma gestire un tribunale non è solo una questione di merito: è una questione di personale e risorse. Se mancano magistrati, cancellieri, aule informatizzate e tecnici, anche il miglior dirigente si scontra con il muro della realtà materiale.
La tesi della riforma sposta la responsabilità dalla politica, che deve legiferare e finanziare, alla magistratura, che dovrebbe semplicemente organizzarsi meglio. Se le leggi sono scritte male, stratificate da decreti d’urgenza e “tagli e cuci” successivi, il giudice perde tempo a interpretarle invece di applicarle. È vero che il correntismo ha creato distorsioni nelle nomine, ma è difficile sostenere che un magistrato “di corrente” lavori peggio o meno di uno sorteggiato: spesso il carico di lavoro è semplicemente insostenibile per chiunque.
C’è infine un rischio strutturale che la riforma sottovaluta: creare due organi distinti significa raddoppiare le strutture amministrative di controllo. In un sistema che già soffre di lentezza, due “parlamentini” della magistratura rischiano di generare nuovi conflitti di competenza e ulteriore burocrazia, anziché snellire le procedure.
I processi si velocizzano solo attraverso interventi concreti: riducendo il numero di reati, trasformando i micro-illeciti in sanzioni pecuniarie amministrative; digitalizzando davvero il processo, eliminando carta e notifiche fisiche; limitando i gradi di giudizio per i casi manifestamente infondati. La riforma del CSM agisce invece sulla “testa” del sistema, sperando che i benefici ricadano a cascata fino alla base. Ma se la base è priva di personale e sommersa da leggi contraddittorie, cambiare la modalità di nomina dei vertici è come cambiare il modo di scegliere l’allenatore di una squadra costretta a giocare con regole confuse, senza il campo e i palloni per allenarsi.
Scrivere le regole del gioco; investire sulla squadra e sul campo, non spetta ai magistrati: spetta al legislatore.


