Kamala Harris ha perso anche per Gaza
L'autopsia elettorale del Partito Democratico Usa ha concluso che la politica di Biden a sostegno di Israele ha alienato una parte dell'elettorato democratico
Nelle elezioni presidenziali USA del 2024, la candidata democratica Kamala Harris avrebbe perso anche, o forse soprattutto, in conseguenza dell’allineamento incondizionato dell’amministrazione Biden al governo di Benjamin Netanyahu, mentre l’esercito israeliano massacrava la popolazione di Gaza.
È ciò che emerge dall’analisi post-elettorale, detta autopsia elettorale, condotta dal Comitato Nazionale Democratico (DNC) sulla sconfitta di Kamala Harris contro Donald Trump nel 2024. Il rapporto integrale non è stato reso pubblico, ma questo dicono le rivelazioni giornalistiche, in particolare dell’agenzia Axios.
Il saldo negativo
Secondo quanto riferito da esponenti dell’Institute for Middle East Understanding (IMEU Policy Project) che hanno incontrato i vertici del DNC, i dati interni del partito confermano che la politica dell’amministrazione Biden-Harris verso il conflitto a Gaza è stata un “net-negative” (un saldo negativo netto). In termini elettorali, significa che la posizione sulla guerra ha fatto perdere molti più voti di quanti ne abbia fatti guadagnare o preservare.
La ricerca evidenzia come l’appoggio incondizionato dell’amministrazione Biden a Israele abbia eroso il sostegno elettorale in tre aree critiche: giovani elettori, elettori arabo-americani e musulmani, base progressista.
Le fasce elettorali alienate
Molti universitari e giovani della “Gen Z” hanno percepito l’incoerenza tra i valori progressisti del Partito Democratico e l’appoggio militare a Israele. Prima hanno animato le proteste nei campus, proteste represse sotto l’amministrazione democratica, poi alle presidenziali si sono astenuti o hanno votato per candidati terzi, come Jill Stein.
Tanti elettori di origine araba e musulmana, decisivi negli stati in bilico come il Michigan, hanno seguito le indicazioni del movimento “Uncommitted”, che invitava gli elettori democratici a barrare la casella “uncommitted” (o “no preference”) sulla scheda elettorale delle primarie anziché votare per Biden. Il movimento “Uncommitted”, nato durante le primarie per protestare contro Biden, ha mantenuto la sua pressione anche durante la campagna di Harris. La perdita di consenso ai democratici è stata evidente. A Dearborn, la prima città statunitense a maggioranza araba, Trump ha ottenuto una vittoria storica, superando Harris proprio a causa della rabbia per la gestione della crisi a Gaza.
Infine, una parte dell’ala sinistra del partito ha percepito la mancanza di discontinuità tra Harris e Biden. Nonostante Kamala Harris abbia adottato una retorica più empatica nei confronti dei palestinesi e della loro tragedia umanitaria, la sua incapacità di distanziarsi concretamente dalle politiche di Biden (come il rifiuto di proporre un embargo sulle armi) ha mostrato di non voler cambiare realmente la politica estera americana.
Gaza “ferita aperta”
Mentre altri fattori come l’inflazione e l’economia hanno giocato un ruolo centrale, la ricerca del DNC conferma che Gaza è stata la “ferita aperta” che ha impedito alla Harris di mobilitare la base necessaria per vincere negli stati chiave.
Il presidente del DNC, Ken Martin, è stato criticato per aver deciso di mantenere il rapporto riservato, nonostante avesse inizialmente promesso massima trasparenza. Martin ha sostenuto che il partito debba guardare avanti verso le elezioni di metà mandato del 2026 anziché distrarsi per “rielaborare il passato”. Ma molti osservatori ritengono che la riservatezza del rapporto serva a proteggere la leadership da un duro confronto interno. L’impatto elettorale di Gaza non è solo una questione di analisi delle precedenti presidenziali, ma è diventato il fulcro del conflitto interno al Partito Democratico in vista delle elezioni di metà mandato di novembre 2026.
I dati emersi dall’autopsia del DNC hanno cambiato il modo in cui i candidati e i vertici si stanno muovendo. Il termine “net-negative”, usato nel rapporto segreto svelato da Axios il 22 febbraio 2026, è diventato un formidabile argomento per i candidati progressisti. Molti sfidanti nelle primarie del 2026 stanno usando questo dato per sostenere che l’allineamento incondizionato a Israele non è solo immorale, ma è un suicidio elettorale. Così, un aumento senza precedenti di candidati democratici chiede apertamente di condizionare gli aiuti militari a Israele. Una posizione che fino al 2024 era considerata marginale.
Il libro 107 Days
Nel suo libro di memorie 107 Days (pubblicato a gennaio 2026), Kamala Harris dedica un intero capitolo alla “scelta impossibile” riguardante il Medio Oriente. Durante la campagna c’era una tensione costante tra la lealtà dovuta alla politica estera del Presidente Biden (di cui lei faceva parte) e la sua personale convinzione che la sofferenza dei civili a Gaza richiedesse un linguaggio più netto e una pressione più visibile su Netanyahu. La strategia del “quiet engagement” (l’impegno diplomatico privato) perseguita dall’amministrazione Biden è stata percepita dall’elettorato come complicità.
Nel libro, Harris ammette di aver “supplicato” Joe Biden di mostrare per i civili di Gaza la stessa empatia riservata agli ucraini. Invece, Biden ha permesso che la sua politica fosse percepita come un “assegno in bianco” a Netanyahu. Harris riconosce che il silenzio pubblico dell’amministrazione è stato interpretato come un avallo incondizionato alle operazioni militari israeliane. Mentre Netanyahu stava deliberatamente “facendo scorrere il cronometro” in attesa del ritorno di Trump. La ex Vicepresidente conferma che la questione di Gaza ha gravemente danneggiato i Democratici presso i giovani e l’elettorato progressista. Rivela inoltre che i timori di massicce proteste alla convention hanno influenzato la scelta del suo vice, portandola a preferire Tim Walz rispetto a Josh Shapiro. Mentre i critici definiscono il libro un tentativo tardivo di “revisionismo storico” o una difesa legale per giustificare la sconfitta, molti nel partito vedono in queste riflessioni il tentativo di definire una nuova posizione dem che bilanci il sostegno a Israele con una difesa più netta dei diritti umani.
Le ammissioni di Kamala Harris sono diventate il punto di rottura tra l’ala “Bideniana” del partito e i nuovi leader che si preparano per le elezioni di metà mandato. Per il 2026, si suggerisce ai candidati di scegliere una linea chiara: o un sostegno netto e motivato a Israele o una critica strutturale, per evitare la “paralisi comunicativa” che ha affossato la Harris nei sondaggi tra i giovani.
Ascolto attivo
Il DNC sta cercando disperatamente di ricucire i rapporti con le comunità arabo-americane e i movimenti studenteschi, che sono stati i più alienati nel 2024. In stati chiave come il Michigan e la Pennsylvania, il partito sta finanziando programmi di ascolto attivo per reintegrare gli elettori del movimento Uncommitted.
Se il presidente del DNC Ken Martin cerca di mantenere il rapporto riservato per evitare “distrazioni”, i leader locali chiedono che le conclusioni del rapporto diventino la base di una nuova e più bilanciata piattaforma di politica estera, per poter vincere le elezioni di medio termine nel novembre 2026.


