Israele e la pena di morte per i palestinesi
La legge codifica l'Apartheid perché giustizia su base etnica, sfida l'abolizionismo europeo ed allinea l'«unica democrazia del Medio Oriente» ai sistemi penali dei regimi autoritari.
Il 30 marzo 2026, il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato la legge sulla pena di morte obbligatoria per reati di omicidio classificati come “atti di terrorismo” o “crimini nazionalistici”. Il reato deve essere commesso con lo scopo di “negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”. Se il reato rientra in questa categoria, la condanna a morte diventa la sanzione predefinita da eseguire entro 90 giorni. La commutazione in ergastolo rimane possibile solo per “circostanze eccezionali” non specificate. La legge è stata approvata con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto. Tra i favorevoli anche il primo ministro Netanyahu.
Dalla fondazione dello Stato nel 1948, la pena capitale è stata eseguita solo due volte. Nello stesso 1948, Meir Tobianski, un ufficiale dell’esercito israeliano fu giustiziato con l’accusa di tradimento durante la guerra arabo-israeliana. Poi scagionato postumo da ogni accusa. Nel 1962, Adolf Eichmann, l’architetto della “soluzione finale” nazista, fu condannato a morte da un tribunale civile per genocidio e crimini contro l’umanità. Ancora, nel 1988 fu condannato a morte il militare ucraino John Demjanjuk, identificato da sopravvissuti dell’Olocausto come la famigerata guardia del campo di sterminio di Treblinka. Ma la sentenza fu annullata in appello nel 1993. La pena di morte era un’opzione estrema e facoltativa per reati di genocidio o tradimento in tempo di guerra. Richiedeva il parere unanime di un collegio giudicante militare e c’era sempre spazio per l’appello. L’orientamento della Procura Generale e dell’esercito è stato quello di non chiedere mai la pena di morte, preferendo l’ergastolo per evitare di creare “martiri” e per non alienarsi la comunità internazionale. La nuova legge trasforma una misura eccezionale in una misura ordinaria, standardizzata per una specifica categoria di detenuti.
Stabilendo che la pena si applica a chi agisce per “negare l’esistenza dello Stato di Israele”, la legge include solo i palestinesi. Un ebreo israeliano che uccide un palestinese per motivi ideologici non sarà accusato di voler “negare lo Stato di Israele”; il suo omicidio sarà giudicato sotto il codice penale ordinario, che non prevede la pena di morte. In Cisgiordania, i palestinesi sono giudicati da tribunali militari, mentre i coloni israeliani sono giudicati da tribunali civili. Questa legge si innesta su un sistema già segregazionista, rendendo la condanna a morte quasi certa per i primi e impossibile per i secondi. Se un estremista ebreo commettesse un attentato con l’obiettivo di “espellere gli arabi”, quindi un atto nazionalista, la sua azione non ricadrebbe sotto questa legge, perché non mira a distruggere lo Stato ebraico, ma a esaltarne una visione suprematista.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente è andato verso l’abolizione della pena capitale. Le democrazie moderne si fondano sul presupposto che il diritto alla vita sia inalienabile e che lo Stato non possa disporne. Mentre organizzazioni come l’Unione Europea o il Consiglio d’Europa pongono l’abolizione della pena di morte come requisito essenziale per l’adesione, Israele, “l’unica democrazia del Medio Oriente”, compie un balzo indietro di decenni, riallineandosi ai codici penali dei regimi autoritari.
La pena di morte è un retaggio del potere assoluto, dove il sovrano esercitava il diritto di vita e di morte. Il passaggio dalle pene corporali e dai supplizi pubblici alla detenzione ha segnato la nascita del diritto penale moderno. In questo sistema, la pena serve a rieducare o, al limite, a neutralizzare il reo. In Europa, è l’ergastolo il limite invalicabile della civiltà giuridica, perché non annienta il condannato ed è reversibile in caso di errore giudiziario. L’adozione della pena di morte selettiva in Israele, oltre che discriminatoria, è una sfida alla gerarchia dei valori europei. Se il valore della vita umana diventa negoziabile in base al contesto, crolla il principio di universalità che regge i diritti umani dal 1948.
Israele non potrebbe applicare le sue leggi ai Territori Palestinesi Occupati. Secondo la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, la potenza occupante deve conservare le leggi penali del territorio occupato. Può introdurre nuove norme solo per garantire la propria sicurezza o per mantenere l’ordine pubblico. La missione fondamentale è proteggere i civili. Introdurre la pena di morte mirata e obbligatoria è l’esatto opposto. Applicando le proprie leggi in Cisgiordania, Israele compie una annessione de facto. Questo mina alla base il principio di autodeterminazione dei popoli e le risoluzioni ONU, come la 242/1967, che sanciscono l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza.
L’ONU e le principali ONG avvertono che applicare la pena di morte in Cisgiordania può essere un crimine di guerra. La Quarta Convenzione di Ginevra stabilisce che nessun civile può essere condannato a morte senza un processo equo e regolare, incluso il diritto all’appello. Se il processo diventa un simulacro finalizzato all’eliminazione dell’avversario politico/nazionale, l’esecuzione è equiparabile a un omicidio intenzionale commesso durante un conflitto, ossia un crimine di guerra. Norme come questa sulla pena di morte sono usate con l’intento di terrorizzare l’intera popolazione civile del territorio occupato, pratica vietata dai protocolli internazionali. I magistrati e gli ufficiali che dovrebbero gestire le condanne e le esecuzioni potrebbero finire sotto la giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI).
Dal 7 ottobre 2023, Israele ha devastato Gaza, sterminato decine di migliaia di persone, distrutto le infrastrutture civili, i terreni agricoli, usato la fame come arma di guerra. In Cisgiordania l’IDF e i coloni aggrediscono la popolazione palestinese, per cacciarla dai villaggi, espellerla dall’area C. Migliaia di palestinesi sono prigionieri in detenzione amministrativa, torturati e affamati. L’IDF già pratica molte uccisioni extragiudiziali. In questa situazione, introdurre la pena di morte selettiva può sembrare un dettaglio burocratico. Ma i bombardamenti, le uccisioni extragiudiziali e le torture avvengono in una zona d’ombra, giustificate come necessità militare o effetti collaterali. La legge sulla pena di morte porta la violenza nel cuore del codice giuridico. Con questa legge, Israele non dice più “è successo nel caos della guerra”, ma “lo Stato ha il diritto legale e morale di ucciderti in quanto palestinese”.
Per Ben Gvir e l’estrema destra, la pena di morte ha un valore elettorale che lo sterminio a distanza, tramite bombe o la fame non ha. L’impiccagione è visibile, cerimoniale, lenta. Fornisce alla base elettorale più radicale un senso di “catarsi” e di dominio totale che il bombardamento di un quartiere a Gaza non riesce a dare con la stessa incisione. L’idea che “presto li conteremo uno per uno”, come dice Ben Gvir, trasforma la morte da dato statistico a trofeo politico individuale.
Il governo israeliano di estrema destra confida nell’indifferenza del mondo. Dopo aver “abituato” l’opinione pubblica internazionale a immagini di distruzione totale e migliaia di bambini uccisi, Netanyahu e Ben Gvir scommettono che la comunità internazionale non avrà la forza politica di scandalizzarsi sul serio per qualche esecuzione “legale”. È la tattica del fatto compiuto. Se hai già superato la linea del genocidio o dello sterminio di massa, la pena di morte è solo un consolidamento di quella posizione. In questo senso, il mondo è messo davanti a un paradosso. Se non avete fermato i massacri di massa, come potete fermare un processo “legale” in un’aula di tribunale?
C’è infine una differenza gerarchica. In guerra, il palestinese è un nemico da abbattere. Sul patibolo, il palestinese è un suddito da giustiziare. Questa legge serve a ribadire che la sovranità israeliana è assoluta e che i palestinesi non sono un popolo in lotta per l’autodeterminazione, ma criminali comuni sotto la giurisdizione di un sovrano che decide della loro vita e della loro morte. In conclusione, la pena di morte non è “solo un po’ di morte in più”, ma la certificazione legale di un sistema che ha smesso di fingere di essere una democrazia liberale per diventare un’etnocrazia punitiva. È il sigillo su una politica che non cerca più la pace o la separazione, ma la resa e la sottomissione totale del “popolo nemico” attraverso il terrore giudiziario.
Le reazioni internazionali sono paralizzate per ipocrisia e realpolitik. Molti dei vicini regionali di Israele, i Paesi Arabi, o potenze come Russia e Cina, mantengono la pena di morte. Criticare Israele per la natura della pena significherebbe esporsi a critiche sulla propria prassi giudiziaria. La loro opposizione resta dunque confinata alla questione nazionale palestinese, ma perde forza sul piano dei diritti umani universali. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sintonia ideologica con il governo di Netanyahu e Ben Gvir è totale. Trump non solo sostiene la pena di morte, avendo accelerato le esecuzioni federali nel suo precedente mandato, ma vede nel pugno di ferro una manifestazione di forza. Per gli Usa sotto Trump la “forza” prevale sul “diritto”.
L’Europa si trova in una posizione unica e molto scomoda. Il Trattato di Associazione UE-Israele, che garantisce a Israele vantaggi commerciali e politici enormi, recita testualmente: “Le relazioni tra le Parti [...] si basano sul rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali [...] che ispirano le loro politiche interne ed esterne e costituiscono un elemento essenziale del presente accordo.” La violazione di un “elemento essenziale”, come il rispetto dei diritti umani e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, dovrebbe portare alla sospensione dell’accordo. Paesi come l’Irlanda, la Spagna o il Belgio hanno spesso chiesto di rivedere l’accordo alla luce delle azioni a Gaza e in Cisgiordania. Tuttavia, l’UE decide all’unanimità e il blocco di paesi più vicini a Israele, come la Germania, l’Italia o l’Ungheria, impedisce ogni sanzione economica reale.
Se l’Europa continua a mantenere trattati privilegiati con un Paese che introduce la pena di morte su base etnica, nega l’appello, occupa territori illegalmente, massacra la popolazione, il messaggio che invia al mondo è che i “valori europei” sono merce di scambio, invece di essere principi non negoziabili. Se si punisce la Russia con sanzioni totali per l’invasione dell’Ucraina, giustamente, in nome del diritto internazionale, ma si mantiene l’associazione con Israele nonostante la legge sul “cappio” e lo sterminio a Gaza, l’Europa si espone all’accusa di “doppopesismo” che arriva dal Sud Globale. Se l’Europa non rompe questa associazione, smette di essere un modello di civiltà giuridica e diventa semplicemente un blocco commerciale come gli altri, privo di quella “superiorità etica” che spesso sbandiera nei consessi internazionali. Il governo israeliano scommette esattamente su questo, sulla stanchezza dell’Europa e sulla complicità degli Stati Uniti. Vedono la pena di morte come l’ennesimo “fatto compiuto” che il mondo finirà per digerire, così come ha digerito l’espansione delle colonie in Cisgiordania e la distruzione di Gaza, come pure l’invasione del Libano.
Dal loro punto di vista del governo israeliano, la legge è uno strumento razionale per affrontare una minaccia esistenziale. L’argomento principale è che l’ergastolo non spaventa più i militanti palestinesi. Il governo sostiene che i “terroristi” non temono il carcere perché sperano di essere liberati in futuri scambi di prigionieri, come avvenne per il soldato Gilad Shalit nel 2011, quando furono liberati oltre 1.000 palestinesi, tra cui Yahya Sinwar, l’ideatore dell’attacco del 7 ottobre. La pena di morte serve a dire: “Se uccidi un israeliano, non uscirai mai vivo, non ci sarà nessun accordo che possa riportarti a casa”. Per i promotori, solo la definitività della morte può fermare chi è pronto a compiere attentati.
Per Ben Gvir, lo Stato ha il dovere morale verso le famiglie delle vittime di infliggere la pena suprema. Il governo sostiene che vedere l’assassino dei propri figli vivo in carcere, nutrito e curato dallo Stato, sia un’ingiustizia insopportabile. La pena di morte è presentata come l’unico modo per “chiudere il cerchio” del dolore e restituire dignità alle vittime ebraiche. Come dichiarato da Ben Gvir, la legge serve a “riportare l’orgoglio”. In questa visione, uno Stato che non uccide chi cerca di distruggerlo è uno Stato debole. La fermezza giudiziaria diventa un simbolo di vigore identitario. Netanyahu e i suoi alleati respingono l’accusa di discriminazione sostenendo che la legge non colpisce i palestinesi in quanto tali, ma i nemici dello Stato ebraico. L’argomento è che il terrorismo nazionalistico non è un omicidio comune, ma un atto di guerra volto a distruggere il Paese. Pertanto, richiede una risposta fuori dall’ordinario. Eliminando fisicamente i quadri operativi dei gruppi armati, il governo sostiene di ridurre il rischio di radicalizzazione all’interno delle carceri, trasformate spesso in “accademie del terrore” dove i leader continuano a istruire e comandare.
Dal punto di vista politico, i vantaggi sono immediati. Gran parte dell’elettorato di destra e dei coloni chiede mano pesante. Approvando la legge, Netanyahu soddisfa i suoi alleati più radicali, garantendo la sopravvivenza della sua coalizione. I promotori respingono le critiche dell’Europa e dell’ONU definendole “ipocrite” e “fuori dalla realtà”. Sostengono che Israele viva in un “quartiere pericoloso” (il Medio Oriente) dove le regole della democrazia liberale europea non sono applicabili se si vuole sopravvivere. Per il governo israeliano, il “costo” in termini di immagine internazionale è un prezzo accettabile rispetto al “beneficio” percepito di una maggiore sicurezza e di una vittoria ideologica interna. È una visione in cui la sopravvivenza del gruppo (la nazione) prevale sistematicamente sui diritti dell’individuo (il nemico).
Esistono esperti, legati a think tank conservatori o falchi degli apparati di sicurezza, che sostengono la pena capitale non tanto come deterrente psicologico, ma come misura di neutralizzazione assoluta. L’analista di sicurezza israeliano Yossi Kuperwasser ha argomentato che il sistema carcerario permette ai leader terroristi di continuare a dirigere operazioni dall’interno e di uscire attraverso scambi di prigionieri. In quest’ottica, la morte non serve a “convincere” altri a non farlo, ma a garantire che quel soggetto non uccida mai più. Alcuni economisti della scuola della “scelta razionale”, come Isaac Ehrlich, hanno ipotizzato in passato che all’aumentare del “costo” del crimine, la morte rispetto al carcere, la propensione al crimine diminuisca. Tuttavia, questi studi sono stati duramente contestati quando applicati al terrorismo ideologico.
La stragrande maggioranza degli esperti di antiterrorismo, compresi molti ex capi dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, ritiene che la pena di morte sia controproducente. Per un militante ideologico o religioso, la morte non è un deterrente ma un obiettivo o un “premio” supremo. La pena di morte trasforma un criminale in un martire (shahid), alimentando la propaganda, il reclutamento e il desiderio di vendetta della sua organizzazione. Gli esperti avvertono che la pena di morte aumenta il rischio di rapimenti di cittadini israeliani o soldati, usati come merce di scambio per fermare un’esecuzione imminente. Mentre Ben Gvir dice che la morte svuota le carceri, gli analisti dicono che l’attesa dell’esecuzione crea una tensione esplosiva nelle prigioni, trasformandole in polveriere.
Se guardiamo alla storia, è difficile trovare esempi in cui la pena di morte abbia stroncato un movimento terroristico o di liberazione nazionale. Durante i “Troubles”, il Regno Unito considerò più volte la pena di morte, ma non la applicò quasi mai per reati politici, capendo che le esecuzioni dei leader repubblicani, come quelle del 1916 dopo l’insurrezione di Pasqua, avevano storicamente alimentato la ribellione anziché sedarla. La Francia applicò la ghigliottina contro i membri del FLN durante la guerra d’Algeria. Il risultato non fu la resa degli algerini, ma una radicalizzazione brutale del conflitto che portò a un’escalation degli attentati. Gli Stati Uniti hanno giustiziato terroristi come Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklahoma City. Sebbene McVeigh sia morto, il movimento dell’estrema destra suprematista americana non è sparito; per alcuni settori radicali, egli è rimasto un punto di riferimento simbolico.
La società e la politica israeliana non sono un blocco monolitico. Esiste un’opposizione interna agguerrita che vede in questa legge non solo un problema morale, ma un pericolo esistenziale per la democrazia e la sicurezza dello Stato stesso. L’opposizione non è fatta solo dai partiti arabi (Hadash-Ta’al), ma attraversa trasversalmente la società israeliana. Yair Lapid e Benny Gantz hanno denunciato la legge come una “trovata populista” di Ben Gvir, accusandolo di usare il dolore delle famiglie delle vittime per fini elettorali. Storicamente, i servizi segreti interni e l’esercito si sono opposti alla pena di morte. Molti ex capi dello Shin Bet sostengono che essa crei “martiri”, inneschi ondate di rapimenti di rappresaglia e radicalizzi ulteriormente le carceri. Anche se l’attuale dirigenza, nominata da Netanyahu, ha mostrato aperture, il dissenso tecnico dei ranghi operativi resta fortissimo. Organizzazioni come ACRI (Association for Civil Rights in Israel) e Adalah hanno già presentato ricorsi, definendo la legge un “arretramento senza precedenti” verso un sistema di apartheid legale.
In Israele non esiste una Costituzione scritta, ma esistono le Leggi Fondamentali (Basic Laws), che hanno valore costituzionale. La Corte Suprema ha basi solide per invalidare la norma: la violazione della Legge Fondamentale sulla dignità e la libertà umana; il principio di uguaglianza e il rifiuto del dualismo giuridico e dell’annessione. La Legge Fondamentale tutela il diritto alla vita e alla dignità. La Corte ha il potere di annullare leggi che violino in modo sproporzionato questi diritti. Fino a poco tempo fa, la Corte poteva annullare atti di governo definiti “irragionevoli”. Anche se il governo Netanyahu ha cercato di limitare questo potere (la famosa riforma giudiziaria che ha spaccato il paese nel 2023-24), la Corte ha riaffermato il proprio ruolo di guardiana della democrazia. La pena di morte, applicata senza unanimità dei giudici e senza un reale diritto di appello, è l’esempio perfetto di irragionevolezza estrema.
Il problema non è la mancanza di argomenti legali, che sono solidissimi, ma lo scontro di poteri. Se la Corte boccia la legge, Ben Gvir e Netanyahu accuseranno i giudici di essere “amici dei terroristi” e “nemici del popolo”, alimentando una crisi costituzionale senza precedenti. Se la Corte non interviene, perderà la sua funzione di ultimo baluardo contro la “tirannia della maggioranza”. La speranza risiede nel fatto che la Corte Suprema israeliana ha una lunga tradizione di indipendenza e ha già dimostrato di saper frenare le derive più estremiste del governo. Tuttavia, questa volta si trova di fronte a una legge che non è solo “sbagliata”, ma è progettata per sfidare l’essenza stessa dell’autorità giudiziaria.


