L'ipocrisia del predatore
Privacy e libertà di espressione: due alibi per la stessa impunità.
Lo psicanalista Massimo Recalcati trova ipocrita il dibattito sulle parole oltraggiose di Michele Mari contro Michela Murgia. Frasi dichiarate non in pubblico, ma in una conversazione tra scrittori. È ipocrita non riconoscere che il giudizio tagliente verso il proprio simile accade in ogni ceto sociale, specie tra colleghi, a causa dell’invidia. Questa attitudine umana non può essere sanata da un codice deontologico o da un esercizio di ascesi individuale, perché nella vita privata si allentano i freni inibitori. Se non vogliamo negare ipocritamente questa verità “umana troppo umana”, possiamo solo discriminare il privato dal pubblico. Se il privato è una giungla, il giudizio pubblico ha un peso differente. Ma non è il caso di Michele Mari, che resta un notevole scrittore e non doveva neppure scusarsi, per aver fatto quello che tutti fanno. (Repubblica, 23/06/2026)
Cosa possiamo concedere a questo intervento? L’attitudine umana a parlar male “in privato”. Ma tutti i comportamenti in gioco nella faccenda rientrano tra le attitudini umane: il parlar male, il raccontarlo, il giudicarlo, l’ipocrisia. Se l’attitudine è una scusante, tutti i giocatori sono scusati. Anzi, non devono neanche scusarsi. Si può obiettare che un tale modo di usare le attitudini umane somiglia molto alla chiamata di correo. Però, non sempre conviene. Infatti, lo psicanalista assolve i maldicenti “in privato”, ma sembra condannare gli “ipocriti” del dibattito pubblico. Forse, per tener fede alla sua distinzione tra pubblico e privato. Ma proporre uno standard diverso tra pubblico e privato non si chiama doppia morale? Vizi privati, pubbliche virtù. Questa non è massimamente ipocrita? Egli lo ha messo per iscritto su un grande quotidiano nazionale. Ha esposto il vizio in pubblico. Stando al suo discrimine, sarebbe da condannare.
Tuttavia, analizziamo il discrimine tra pubblico e privato. Per i personaggi pubblici forse il pubblico coincide con lo stare sotto i riflettori, davanti le telecamere, sul palcoscenico, nelle pagine di libri e giornali. Per una persona comune, sei in pubblico quando sei fuori casa. Vediamo l’altro lato. Cosa vuol dire essere in privato? Per me, significa trovarmi tra parenti e amici, tra persone con le quali esiste un rapporto intimo, di affetto, di fiducia. Quando sono tra i miei colleghi di lavoro non mi sento in privato. Infatti, non potrei presentarmi a loro in canottiera, mutande e ciabatte, ma neanche in calzoncini corti. Nelle situazioni dove dobbiamo preservare un minimo di decenza nel modo di vestirci, possiamo non preservarla nel modo di esprimerci? Il privato è una relazione, non un luogo. Pubblico e privato sono come due sponde. In mezzo c’è il guado delle relazioni formali e di lavoro.
Se le nostre parole, ovunque pronunciate, diventano pubbliche, il loro effetto è pubblico. Se sono parole sbagliate, dobbiamo scusarci. Rifiutarsi di farlo, significa voler continuare a essere disinibiti, anche dove non è più tollerabile. Qualcuno può infischiarsene, perché i freni inibitori non sono allentati dal privato, ma dal sentirsi protetti o impuniti. Tante persone, con il loro nome e cognome e con la loro fotografia scrivono cose indegne sui social network. Come accade in questi giorni contro la ministra Roccella, per la tragedia che ha colpito suo marito. Lo fanno perché si sentono corazzati dentro la propria bolla, gruppo, branco, sciame. Poi, succede che qualcuno viene beccato. Quando è preso in privato, si appella alla privacy, quando è preso in pubblico, si appella alla libertà di espressione o a qualche logica di ritorsione. Qualcuno apprezza la giungla, pubblica o privata, o chiede di tollerarla. Pensa di essere il leone.
Il sentirsi forti dipende poi da diverse varianti. Parlare distanti o vicini, davanti o dietro, dei vivi o dei morti. Bisogna anche considerare la natura delle maldicenze. Recalcati cita l’esempio di uno scrittore che disse male di un altro scrittore: “Scrive come un cane e pensa solo al denaro”. Modifichiamo la frase appena un po’: “È un ebreo e pensa solo al denaro”. Lo psicanalista la farebbe rientrare tra le attitudini umane e accuserebbe di ipocrisia chi la denuncia e la giudica? Alcuni giudizi violenti sono strutture di pensiero oppressive che colpiscono interi gruppi umani. Così è per l’antisemitismo, l’islamofobia, il razzismo, l’omofobia. Dire di una donna che è intransigente perché è brutta, o perché è insoddisfatta del suo aspetto fisico, significa ridurla all’estetica del suo corpo, valutarla come oggetto secondo le aspettative del desiderio maschile. Una struttura di pensiero sessista.
In pubblico o in privato, come o dove lo ritengono più opportuno, perché le donne non si dovrebbero difendere dal sessismo? Sarebbe qui davvero un eccesso di ipocrisia pretendere che la preda accetti di essere tale e neppure tenti di ribellarsi al predatore.


