"Uno per uno". Il genocidio degli Yazidi raccontato da un sopravvissuto
Le Monde ricostruisce il genocidio del Sinjar. L'ISIS sterminò gli Yazidi per ragioni teologiche precise. A dieci anni dai fatti, la giustizia non è ancora arrivata.

Il 20 aprile Le Monde ha pubblicato un lungo reportage sul genocidio degli Yazidi compiuto dall’ISIS nell’agosto 2014. Il pezzo è costruito intorno alla testimonianza diretta di un sopravvissuto alla fucilazione collettiva nel Sinjar.
L’uomo descrive l’arrivo dei miliziani, la separazione immediata tra uomini e donne, l’ordine di mettersi “uno per uno”, preludio all’esecuzione. Racconta il caldo, la polvere, il silenzio dei prigionieri. Poi gli spari. Lui cade a terra e si finge morto, resta immobile tra i cadaveri, striscia verso un riparo quando i jihadisti si allontanano, fugge al calare della notte. La sua sopravvivenza è casuale e precaria. Di sua moglie e di suo figlio, deportati come migliaia di altre donne e bambini, avviati alla schiavitù sessuale o venduti ai combattenti dell’ISIS, non ha più notizie.
Le Monde inserisce questa testimonianza nel quadro del genocidio: villaggi svuotati, migliaia di morti, decine di migliaia di sfollati, una comunità devastata. Ricorda il lento e difficile processo di riconoscimento internazionale e la mancanza di giustizia per la maggior parte delle vittime. Il sopravvissuto racconta per impedire che la violenza sia dimenticata. La testimonianza individuale, in assenza di tribunali che funzionino, resta lo strumento principale di documentazione.
Fin qui il reportage. Vale però la pena soffermarsi sui motivi che resero possibile, anzi, necessario agli occhi dei perpetratori, questo genocidio.
L’ISIS non attaccò gli Yazidi per opportunismo o per necessità militare contingente. Li attaccò per ragioni teologiche precise, radicate nell’ideologia del califfato. Gli Yazidi erano mostrificati come “adoratori del diavolo”: la figura centrale del loro credo, l’Angelo Pavone (Melek Taus), veniva identificata dai miliziani con Satana. Questa interpretazione distorta, era nella dottrina ufficiale dello Stato Islamico, codificata nelle sue pubblicazioni e nei suoi decreti.
La distinzione cruciale, nella visione estremista dell’ISIS, era quella tra “Gente del Libro” e tutti gli altri. Cristiani ed ebrei, pur nemici, potevano essere tollerati in una forma di sottomissione tributaria. Gli Yazidi no: non erano considerati né monoteisti riconoscibili né apostati recuperabili, ma pagani da convertire con la forza o sterminare. Su questa base teologica l’ISIS ha ripristinato formalmente l’istituto della schiavitù, citando interpretazioni arcaiche del diritto islamico. Oltre seimila persone, in prevalenza donne e bambini, sono state rapite e ridotte in schiavitù sessuale o lavorativa.
L’attacco del 3 agosto 2014 al Sinjar, oltre a essere un’operazione militare per consolidare il califfato tra Siria e Iraq, fu un tentativo di distruzione fisica e culturale di un gruppo etnico-religioso. Le Nazioni Unite lo hanno riconosciuto come genocidio scientificamente pianificato: uccisioni di massa, stupri sistematici, indottrinamento forzato dei bambini.
A oltre dieci anni dall’inizio delle violenze, migliaia di Yazidi risultano ancora dispersi. Il riconoscimento internazionale è arrivato tardi e parziale. La giustizia, per la maggior parte delle vittime, non è arrivata affatto. La testimonianza di chi è sopravvissuto per caso a una fossa comune nel Sinjar è, al momento, quasi tutto quello che c’è.

