I tasselli dello stato di polizia
Mettere colui che esercita il potere dello stato al di sopra della legge e mettere chi pratica il dissenso al di sotto dell’arbitrio di stato.
L’ultimo decreto sicurezza comprende due misure speculari: lo scudo penale per i poliziotti e il fermo preventivo per i manifestanti sospetti. Per motivi di dettato costituzionale, opposti dal presidente della repubblica, le due misure sono state un po’ aggiustate.
1) Lo scudo penale per i poliziotti è diventato scudo penale per chi si difende legittimamente, in modo da rispettare il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Lo scudo penale (anche se esteso a tutti per aggirare il veto del Colle) trasmette il messaggio che l’uso della forza da parte dell’autorità è intrinsecamente legittimo e non deve essere “disturbato” dal controllo giudiziario. 2) Il fermo preventivo dei manifestanti sospetti, deciso in via amministrativa dalla polizia è stato corretto con il limite delle 12 ore e la conferma del magistrato. Il fermo preventivo, insieme con la criminalizzazione di diverse forme di lotta pacifiche, trasforma il diritto a manifestare in una concessione dello Stato, revocabile in base a un sospetto amministrativo.
Nonostante le correzioni imposte dal presidente della repubblica, l’indirizzo delle due misure rimane lo stesso. Mettere colui che esercita il potere dello stato al di sopra della legge e mettere chi pratica il dissenso al di sotto dell’arbitrio di stato.
Questo pacchetto sicurezza è stato preceduto da altri pacchetti sicurezza sempre comprendenti misure volte a colpire penalmente le forme di lotta della protesta. Persino le forma di lotta non violente, come la resistenza passiva, il blocco stradale o ferroviario e le pratiche degli ambientalisti. E probabilmente sarà seguito da ulteriori pacchetti sicurezza, che inaspriranno ancora di più le pene contro le forme di lotta dei movimenti. La stessa presidente del consiglio Giorgia Meloni parla delle sue misure come di tasselli che si aggiungono e che continueranno ad aggiungersi ad un disegno preciso. Tassello dopo tassello il disegno che si precisa sembra quello dello stato di polizia.
Le misure considerate da sole possono generare soprusi e sofferenze, ma non si capisce in che modo possano essere efficaci contro le manifestazioni violente.
I poliziotti scudati non verrebbero iscritti in automatico nel registro degli indagati, se commettessero abusi. Ma il loro comportamento dovrebbe comunque essere accertato da una indagine. E il risparmiarsi l’onta (secondo il governo) di essere iscritti nel registro degli indagati, potrebbe persino privarli di qualche garanzia, mentre nello stesso tempo comunica loro una promessa di impunità. Eliminare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per “proteggere” l’agente può effettivamente privarlo della possibilità di partecipare ad atti irripetibili dell’indagine, rischiando di danneggiarlo in un eventuale processo futuro. Questo dimostra che la norma non è fatta per proteggere davvero il poliziotto, ma per dare l’illusione ottica dell’impunità. Il fermo preventivo può catturare qualche potenziale violento, come pure molti sospetti per pregiudizio, ma è inapplicabile di fronte alla realtà di centinaia o migliaia di manifestanti violenti come nel caso della manifestazione per Askatasuna a Torino. Quindi, si tratta di misure simboliche e ideologiche, non pratiche.
Non si gestisce l’ordine pubblico eliminando un’iscrizione sul registro degli indagati di possibili poliziotti abusanti. Non si arrestano mille persone con fermi di 12 ore basati sul pregiudizio. Tuttavia, come strumento di propaganda, queste misure possono funzionare: rassicurano chi chiede “pugno di ferro” e spaventano chi vorrebbe manifestare pacificamente, svuotando le piazze della loro componente democratica e lasciandole solo allo scontro frontale.
C’è un paradosso ulteriore: il governo giustifica i suoi pacchetti come deterrenza contro i violenti. Ma i black bloc e i militanti più radicali teorizzano che lo stato democratico è solo una facciata dietro cui si nasconde lo stato autoritario. Le misure restrittive non li spaventano - semmai vedono in esse la prova di aver ragione, di essere riusciti a smascherare la vera natura dello stato. Il risultato è esattamente opposto alla deterrenza: radicalizzazione contro radicalizzazione, in una spirale che distrugge lo spazio democratico del dissenso.
Le misure restrittive del governo sono preoccupanti, perché assunte in un paese che ha una tradizione autoritaria ed ha vissuto il fascismo, promosse da forze che si rifanno alla storia del fascismo e che sono alleate a livello internazionale con forze fasciste o para-fasciste, la cui cifra comune a tutte è l’ostilità ai diversi e agli stranieri. Che sia il migrante, l’attivista per il clima o il militante dei centri sociali, il modello proposto identifica il dissenso non come una risorsa della democrazia, ma come un’anomalia da estirpare.
Sono misure compatibili e coerenti con una visione fascista del governo della società. Misure da considerare non solo di per sé, ma per la traiettoria che definiscono, nel senso della costruzione di uno stato autoritario. Dove forse è ancora consentito eleggere democraticamente le maggioranze, ma dove non sono più garantiti i diritti delle minoranze. È il modello costruito da Trump, Orban e altre destre radicali: le elezioni rimangono (speriamo), ma i contropoteri (stampa, magistratura, diritti delle minoranze) vengono sistematicamente erosi. Lo Stato di polizia non nasce necessariamente con un colpo di mano, ma può edificarsi con una serie infinita di “tasselli” che rendono il costo del dissenso sempre più alto per essere pagato.


