Molti commentatori filoisraeliani hanno rilanciato a raffica una foto del dottor Hussam Abu Safiya, che lo ritrare in uniforme, per dire che il medico era un pediatra di giorno, ma un terrorista di notte (senza mai dormire). Ciò è avvenuto sotto l’articolo che descriveva i termini dell’arbitraria detenzione amministrativa di Abu Safiya, le condizioni inumane della sua prigionia, gli abusi fisici e psicologici a cui è sottoposto, la campagna internazionale per la sua liberazione. Da dove arriva quella foto?
Il 27 gennaio 2026, mentre cresceva la pressione internazionale per la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya, un ricercatore di NGO Monitor, un gruppo di pressione con sede a Gerusalemme, specializzato nel monitorare le attività delle ONG per i diritti umani, pubblicò su X la fotografia. Mostrava il pediatra, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, seduto in mezzo a una fila di uomini in uniforme militare, durante quella che viene descritta come una riunione. Nel giro di poche ore la foto era su tutti i media israeliani e americani conservatori, ripresa dal New York Post e poi rilanciata continuamente dal Times of Israel, con un titoli e sottotitoli che si sono imposti nella narrazione pubblica: Abu Safiya, il medico che aveva scritto due editoriali di critica a Israele sul New York Times, era in realtà un colonnello di Hamas.
La foto (qui riprodotta in disegno) è autentica. Risale al 2016, ma non ritrae un consiglio di guerra. Ritrae una cerimonia per l’inaugurazione di una nuova ala dell’ospedale Kamal Adwan. Fu caricata all’epoca sulla pagina Facebook del Servizio Medico Militare Palestinese (PMMS), il datore di lavoro ufficiale del dottor Abu Safiya. La contestazione che segue non riguarda l’autenticità dell’immagine, ma il significato che le viene attribuito.
Cosa significa “PMMS”
Il Servizio Medico Militare Palestinese non fa parte dell’ala armata di Hamas. Le Brigate al-Qassam sono un’organizzazione distinta, quella che conduce le operazioni militari; il PMMS è un corpo di inquadramento amministrativo-sanitario, integrato nel sistema ospedaliero gestito dal ministero della Sanità di Gaza, che è, a sua volta, sotto controllo di Hamas, come l’intera amministrazione civile della Striscia dal 2007. Che i suoi medici indossino un’uniforme in stile militare in occasioni cerimoniali, e che vengano loro attribuiti gradi onorifici come “colonnello”, non è un’anomalia gazawi. Il Surgeon General degli Stati Uniti veste un’uniforme e porta un grado, senza per questo essere un combattente. Lo stesso i medici del Servizio Medico della Difesa nel Regno Unito. In molti sistemi sanitari legati a ministeri della difesa o dell’interno, il personale medico indossa divise e riceve gradi formali (come “colonnello”) pur svolgendo funzioni esclusivamente cliniche e civili.
Le Convenzioni di Ginevra sanciscono che il personale medico non è un combattente e resta protetto anche in uniforme. La perdita dello status di protezione avviene solo in caso di partecipazione diretta alle ostilità o utilizzo della struttura per scopi puramente militari. Nessuna di queste condizioni risulta documentata nel caso di Abu Safiya.
La ritrattazione in sordina del NGO
NGO Monitor, la fonte che ha rilanciato la foto, scriveva inizialmente sul proprio profilo X che si trattava della “sua uniforme di Hamas”, parole sue, non del New York Post che le riprese. Nel report ufficiale pubblicato sul proprio sito una settimana dopo, la stessa foto viene descritta più cautamente come “un’uniforme militare” legata all’MMS, con il collegamento ad Hamas ricostruito attraverso la catena di comando istituzionale piuttosto che affermato sulla divisa stessa. Il cambio di formula non è stato accompagnato da alcuna nota di correzione.
Un’accusa che si dilata nel tempo
Vale la pena confrontare le parole usate a distanza di mesi. Il comunicato dell’esercito israeliano del 27 dicembre 2024, il giorno stesso del raid su Kamal Adwan, parlava di armi, “granate, fucili, munizioni ed equipaggiamento militare”, trovate “nell’area” dell’ospedale, non all’interno della struttura. Le oltre 240 persone fermate quel giorno furono definite “terroristi di Hamas e della Jihad islamica e altri sospettati di attività terroristiche” catturati “nell’area”, non nell’ospedale in quanto tale.
A distanza di un anno e mezzo, il linguaggio cambia. Le stesse Forze di Difesa Israeliane sostengono ora che “centinaia di terroristi di Hamas e della Jihad islamica si nascondevano all’interno dell’ospedale Kamal Adwan, sotto la sua gestione”. Il 12 luglio 2026 l’account ufficiale dell’Ambasciata israeliana negli Stati Uniti ha rilanciato la foto del 2016 con la didascalia: “Un terrorista in camice bianco resta un terrorista”. Tra il comunicato iniziale e questo tweet non risulta pubblicato alcun elemento probatorio nuovo, solo un progressivo aggravamento verbale.
Quello che continua a mancare
A un anno e mezzo dalla comparsa della foto, l’accusa non è mai andata oltre quell’immagine. Nessun elemento nuovo, nessuna prova di un ruolo operativo diretto, nessuna documentazione di un uso della posizione medica per fini bellici. Solo l’escalation retorica appena ricostruita. Israele continua a detenere Abu Safiya in detenzione amministrativa dal 27 dicembre 2024 e in un regime carcerario degradante che ne mette a rischio la vita, senza un processo, un atto d’accusa formale, una prova verificabile. La Corte Suprema ha respinto ogni richiesta di rilascio citando “materiale riservato” mai reso noto né a lui né al suo avvocato né alla stampa.
Il figlio maggiore del dottor Hussam Abu Safiya ricorda al Telegraph che suo padre, oltre ad avere scritto per il New York Times, svolgeva un ruolo chiave nel mostrare i danni collaterali causati dall’attacco israeliano a Gaza durante la guerra. Attraverso un account Instagram con oltre 250.000 follower e grazie a citazioni e articoli pubblicati su media internazionali, è stato tra i primi a lanciare l’allarme sulla carestia, confermata ufficialmente dall’ONU nel nord di Gaza nell’agosto del 2025. Pediatra di giorno, giornalista di notte. E la sorte dei medici e dei giornalisti a Gaza può essere uguale a quella dei “terroristi”.
Le condizioni di prigionia
Hussam Abu Safiya è imprigionato a Rakefet. Il blocco di isolamento di Rakefet, situato all’interno del carcere di Nitzan a Ramla, è noto per le sue condizioni estreme. Il carcere di Rakefet fu chiuso nel 1985 dopo essere stato giudicato “troppo crudele, troppo disumano” da Rafael Suissa, ex commissario del servizio penitenziario israeliano, perché incompatibile con gli standard minimi di dignità umana. Il riutilizzo di questi spazi per i detenuti di Gaza, voluto da Itamar Ben-Gvir, è stato oggetto di duri rapporti da parte di Medici per i Diritti Umani Israele (PHRI) e del comitato pubblico contro la tortura. Il sovraffollamento e l’assenza di ventilazione causano soffocamento e crisi respiratorie. Il dottor Abu Safiya è stato tenuto incatenato mani e piedi, detenuto in isolamento prolungato, con il permesso di cambiarsi d’abito solo una volta ogni sei mesi, sottoposto a gravi torture: spogliato con la forza, costretto a sedere per ore su ghiaia appuntita e picchiato con manganelli e bastoni elettrici. È picchiato quotidianamente da quando è stato trasferito a Rakefet.
La preoccupazione per la sua sorte deriva, oltre che dalle condizioni in cui è detenuto, dai decessi già avvenuti tra il personale medico palestinese imprigionato nelle carceri israeliane. Il dottor Iyad al-Rantisi, 53 anni, ginecologo e ostetrico consulente presso l’ospedale Kamal Adwan, è morto appena sei giorni dopo il suo arresto, avvenuto nel novembre 2023, mentre era detenuto nel carcere di Shikma, una struttura di interrogatorio dello Shin Bet. Il dottor Adnan al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Shifa, è morto nel carcere di Ofer nell’aprile del 2024, in seguito alle accuse di altri detenuti secondo cui sarebbe stato sottoposto a gravi torture e violenze sessuali. Secondo l’organizzazione Medici per i Diritti Umani Israele (PHRI), almeno 98 palestinesi sono morti in custodia israeliana tra l’ottobre del 2023 e la fine del 2025. Di questi, 52 sono morti mentre si trovavano in custodia militare e 46 sono morti all’interno delle strutture del Servizio penitenziario israeliano (IPS).




