Sei femminicidi intorno a ferragosto: Carmela Bifano 72 anni, Joanna Rouissi 50 anni, Michela Rubiu 47 anni, Ornella Forastefano 46 anni, Tania Terrin 39 anni, Maria D’Alessandro 75 anni. Il caso più inquietante è quello di Tania Terrin, perché lei aveva denunciato più volte il suo ex partner, lui aveva già tentato di strangolarla, lei non è stata protetta, lui non è stato fermato, alla fine lui l’ha uccisa. Stringere le mani intorno al collo di una persona fino a farle perdere i sensi, può configurarsi come tentato omicidio, un reato che prevede una pena non inferiore ai 12 anni. Qui la pena non è stata superiore a un ammonimento. Questo delitto mostra come la cultura patriarcale non sia solo nella testa dell’assassino, ma anche nelle sottovalutazioni delle autorità che ricevono le denunce.
Una tale sequenza di delitti concentrati in pochi giorni dà l’idea sconfortante di un problema irrisolvibile che si ripropone sempre uguale, nonostante negli anni vi sia stata invece una graduale, lenta, non lineare, diminuzione delle donne uccise, seppure inferiore a quella degli omicidi. Un calo dovuto anche al dibattito pubblico, alle nuove leggi, alla lotta delle donne contro la violenza maschile. 130 vittime nel 2022, 120 nel 2023, 118 nel 2024, 97 nel 2025. Va detto, però, che nell’insieme delle donne uccise, il numero dei femminicidi così classificati diverge tra i dati del governo e i dati degli osservatori dei centri antiviolenza o del movimento “Non una di meno”, perché è differente la definizione di femminicidio usata per classificare i delitti.
La legge e i dati contrastanti
Il parlamento ha approvato il reato specifico di femminicidio nel novembre 2025. Nel corso del dibattito parlamentare, però, Lega e Fratelli d’Italia hanno operato per restringere il più possibile la definizione di femminicidio, mentre l’opposizione di sinistra ha cercato di contenere questa restrizione. L’esito è stato il seguente. Per il Ministero dell’Interno, oggi, un omicidio è classificato come femminicidio solo quando sono accertati specifici moventi legati all’odio, alla discriminazione, al controllo o al rifiuto di una relazione. Questa definizione ristretta spiega i numeri molto bassi forniti dal Viminale. Nel primo trimestre del 2026, su 15 omicidi di donne, solo 3 sono stati classificati come femminicidi. Nel primo semestre del 2026, su 34 donne uccise, i femminicidi sarebbero 8.
Osservatori come “Non Una di Meno” e i centri antiviolenza adottano una definizione ben più ampia, che inquadra il femminicidio come un fenomeno sociale e culturale, radicato nella violenza patriarcale e sessista. È l’uccisione di una donna “in quanto donna”, ossia l’esito di un sistema di discriminazione e potere. Tutte le donne uccise da partner, ex partner o familiari. Le donne vittime di violenze e abusi indotte a suicidarsi. Le uccisioni di persone transgender o lesbiche, vittime di violenza omotransfobica. L’assassinio di donne prostituite. L’Osservatorio di “Non Una di Meno” ha registrato 84 femminicidi nel 2025 e, aggiornato all’8 agosto 2026, già 40 femminicidi.
I confini contesi sulla definizione
La definizione di femminicidio ristretta dal governo e da una parte della magistratura esclude casi come questo. Sofia Stefani, agente di polizia locale, è stata uccisa nel maggio 2024 dal collega Giampiero Gualandi, con cui aveva avuto una relazione extraconiugale che lui voleva chiudere. La Procura di Bologna nel capo d’imputazione scrive che l’omicidio è stato commesso “per sottrarsi alle insistenze” della donna nel “proseguire la relazione”. Cioè il rovescio del classico schema “lei lo lascia, lui la uccide”. La Corte d’Assise ha escluso dal processo, come parte civile, i centri antiviolenza e le associazioni, Casa delle donne di Bologna, Udi, Malala, Mondo Donna, SOS Donna, con il motivo che “le condotte non permettono di ricondurre il fatto alla definizione di femminicidio, mancando qualsiasi riferimento alla lesione della sfera di autodeterminazione della donna”. Secondo la Corte, siccome era lui a voler troncare la relazione, mancherebbe l’elemento del controllo/possesso.
Un altro caso che rimarrebbe escluso, all’epoca riconosciuto come femminicidio nel dibattito pubblico, è quello della strage di Motta Visconti, 14 giugno 2014. Carlo Lissi uccise a coltellate la moglie Maria Cristina Omes, 38 anni, e i due figli piccoli, Giulia, 5 anni e Gabriele, 20 mesi. Poi inscenò una rapina e andò a vedere la partita dei Mondiali con gli amici. Carlo Lissi, non stava per essere abbandonato, né veniva tradito. Era lui a voler eliminare la famiglia reale per fare spazio a una relazione fantasticata con una sua collega. Tuttavia, è sintomatico che un uomo per lasciare una donna e la sua famiglia, decida di farla fuori. Non mi vuoi? Ti uccido. Non ti voglio più? Ti uccido.
Quale che sia il motivo, una donna che fa da ostacolo, la si annienta. La logica di possesso è la stessa. La moglie e i figli non sono soggetti con cui negoziare una separazione, ma ostacoli materiali al proprio potere, da rimuovere come si rimuove un oggetto ingombrante. Nella logica proprietaria ci sta che, periodicamente, una parte delle nostre proprietà le smaltiamo già demolite o in via di demolizione. Questo tipo di femminicidio è stato mitizzato in un celebre film di Pietro Germi nel 1961: Divorzio all’italiana
Nel restringere la definizione di femminicidio, la cultura patriarcale difende ogni centimetro del suo territorio, come in una guerra di trincea. Poi, se la legge sul femminicidio risulta inapplicabile o deficitaria, l’attacca come superflua o sbagliata. È quello che sta facendo l’emergente destra più estrema, agganciando però alla contestazione della legge la contestazione dello stesso concetto di femminicidio. L’uccisione di una donna sarebbe un omicidio come tutti gli altri, che non deve valere di più o di meno, a secondo del sesso della vittima.
Il mito del patriarcato protettivo
Qui il patriarcato non solo viene occultato come sistema culturale responsabile dei femminicidi, ma persino rivendicato come modello sociale positivo, con l’aggiunta di un aggettivo accattivante: mediterraneo. Tipo la dieta mediterranea. Il programma di Futuro Nazionale presentato l’11 agosto bolla il “femminicidio” come “riformulazione gramsciana”. Propone di abrogare l’art. 577-bis, e costruisce la retorica del “patriarcato mediterraneo” da rivalutare e conservare invece che contrastare, perché porta alla “formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggere le donne e offrire se stessi per la costruzione e la difesa della società”.
Quella del patriarcato protettivo è una mistificazione storica. Nel patriarcato pre-industriale, la violenza maschile letale era forse meno diffusa, perché nella struttura familiare allargata erano prossimi i parenti della moglie, che potevano intervenire. Ma soprattutto la moglie garantiva il legame e il lavoro riproduttivo. Ucciderla significava rinunciare alla serva domestica e sessuale, all’allevatrice dei propri figli. Nel patriarcato urbano industriale la famiglia si riduce alla coppia e ai figli, i parenti della moglie sono più lontani, la donna entra nel mercato del lavoro ed esce dalla segregazione familiare. Da qui, comincia a diffondersi la violenza letale maschile e a raggiungere una proporzione che nell’Italia del 1865 era dieci volte superiore a quelle dell’Italia di oggi. Con tutte le attenuanti codificate nella legge: la correzione maritale, il delitto d’onore, il matrimonio riparatore, la violenza sessuale violenza contro la morale. Questo è il patriarcato mediterraneo.
Assunta la lettura patriarcale, i femminicidi nascosti tra “gli omicidi come tutti gli altri” finiscono per essere spiegati, come si faceva una volta. Con cause individuali e particolari, disturbi emotivi e relazionali, che nulla c’entrano con il sistema materiale e culturale di una società. Un assassino è pazzo, un altro è un drogato o un alcolizzato, l’altro è disoccupato, imprenditore fallito, o un depresso. Alcuni sono stranieri, e questo torna utile per fare della questione maschile una questione razziale. Sono queste, però, tutte condizioni trasversali ai due sessi. Anche le donne possono essere pazze, depresse, drogate, alcolizzate, disoccupate, straniere. Ma non uccidono in modo simmetrico mariti e fidanzati. Per non dire della “fragilità”. Non sono le donne il sesso “debole”? Eppure, questa debolezza non si traduce in strangolamenti, accoltellamenti, stragi di famiglia. Neppure soltanto in minestre avvelenate.
La fragilità maschile
L’idea degli uomini che uccidono perché fragili, per quanto falsa, può contenere un nucleo di verità. Che però non dipende dalla fragilità in sé, ma dal suo confronto con modelli irraggiungibili di virilità. Il fragile che sente il dovere di essere forte, può farsi violento. Specie in un contesto culturale dove la forza maschile ha il suo fondamento nel dominio sulle donne. Ancora oggi, l’idea che un uomo possa essere comandato dalla moglie o da una donna, è svilente. In questo senso, l’idea fascistoide di educare uomini forti e “protettivi”, invece di risolvere il problema, lo riproduce nella sua forma più aggravata.
Che gli uomini del passato fossero più forti, emotivamente più stabili degli uomini odierni, è solo una credenza, non supportata da nessun dato tangibile. Uno o due secoli fa, gli uomini si suicidavano di più rispetto a oggi e sempre in misura superiore alle donne. In particolare se si guardano i dati dei paesi occidentali tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Nonostante la forte sottostima dell’epoca dovuta a motivi religiosi e sociali, le analisi storiche mostrano che i tassi di suicidio maschile hanno toccato picchi drammatici, dovuti all’industrializzazione, l’urbanizzazione, le crisi economiche, nuovi metodi letali, che oggi, non registriamo più nella maggior parte del mondo occidentale.
Gli uomini contemporanei non sono più fragili. Ma hanno un elemento nuovo di fragilità. Nel momento in cui le donne non garantiscono più i legami, gli uomini scoprono di essere dipendenti dalle donne. Come lo spiega Lea Melandri: è proprio di fronte alla libertà delle donne, al fatto che il corpo femminile non sia più a loro disposizione come un tempo si riteneva un “privilegio naturale”, che gli uomini scoprono la propria fragilità e dipendenza, rimasti sostanzialmente bambini nello spazio domestico anche quando appaiono liberi e autonomi sulla scena pubblica.
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