Epstein, la banalità del privilegio nel moderno patriarcato globale
Come e perché intellettuali e leader progressisti frequentavano un ricco faccendiere accusato e condannato per abusi sessuali su donne e ragazze?
Nella rete di abusi e traffici di Jeffrey Epstein c’è un aspetto particolarmente inquietante. Non tutti i suoi frequentatori erano clienti del suo sistema prostituente. Ma tutti lo conoscevano. In particolare, dopo la condanna del 2008. Tra questi, eccellenti personalità progressiste. Ciò nonostante, continuavano a frequentarlo, invece di ripudiarlo e provare orrore per lui.
Epstein era un faccendiere e un finanziere. L’origine della sua ricchezza era oscura e questo avrebbe potuto essere un campanello d’allarme. Se fossi un personaggio di rilievo pubblico starei attento alle mie frequentazioni. Se non so chi sei e per cosa lo sei, ti evito. Ma, forse, a un certo livello, per diventare e mantenere un ruolo di rilievo pubblico bisogna essere disposti a rischiare. Anche nelle frequentazioni.
L’opacità del mecenate
L’opaco finanziere si era costruito una immagine di filantropo della scienza. Donava soldi alla ricerca di avanguardia e organizzava cene dove potevi sedere accanto a premi Nobel, genetisti di fama mondiale, e leader politici internazionali.
Forse, per intellettuali come Noam Chomsky o Lawrence Krauss, Epstein era un mecenate che facilitava incontri stimolanti. Quando a Chomsky fu chiesto dal Wall Street Journal dei suoi incontri con Epstein il 30 aprile 2023, la sua risposta fu un secco: “La prima cosa è che non sono affari vostri. La seconda è che lo conoscevo e ci vedevamo saltuariamente”. Per molti di loro, l’interesse intellettuale o il finanziamento alla ricerca sembrava giustificare la frequentazione. Per i leader politici, il faccendiere era un connettore. Conoscere Epstein significava avere accesso a una rete di donatori e influencer globali.
Prima del 2008, Epstein poteva essere visto come un “playboy eccentrico”, sebbene la prima accusa contro di lui risalga al 1996. Però, anche dopo la condanna del 2008, molti nel suo ambiente scelsero di credere alla narrazione che fosse stato vittima di un sistema giudiziario zelante o che avesse “pagato il suo debito”. D’altra parte, se vedi un ex Presidente o un Principe frequentare qualcuno, puoi credere che, nonostante le voci, quella persona sia “accettabile”. Stai dentro un circolo vizioso di legittimazione reciproca.
A certi livelli di potere, esiste spesso una distorsione della realtà. Molti frequentatori hanno dichiarato di non aver mai visto nulla di illegale. È possibile che Epstein agisse come compartimentatore magistrale, mostrando agli scienziati solo il suo lato colto e ai politici solo il suo lato influente, riservando l’orrore alle stanze private o alla sua isola. Ma, soprattutto, in certi ambienti, il comportamento predatorio verso le donne è stato storicamente tollerato o ignorato, purché rimanesse “discreto”.
C’è poi l’ipotesi del ricatto. Allo scopo di esercitare influenza, Epstein invitava persone potenti nelle sue ville piene di telecamere nascoste, dove poteva raccogliere materiale compromettente. Alcuni avrebbero continuato a frequentarlo per paura o per monitorare cosa lui avesse su di loro. Ma non poteva essere questo il caso delle persone che, pur frequentandolo, non prendevano parte ai suoi “giochi”.
L’influenza del #MeToo
Ciò che impressiona di più è la dissonanza cognitiva. Come può un pensatore che ha dedicato la vita a criticare il potere, il capitalismo, o un leader che parla di diritti civili, intrattenere rapporti epistolari o sedere a tavola con un predatore sessuale condannato? È come se l’accesso al capitale (economico o sociale) di Epstein fosse considerato più importante dell’integrità morale. Solo con il cambiamento di sensibilità portato dal #MeToo, quel “prezzo” è diventato improvvisamente troppo alto da pagare.
Prima del #MeToo, per molti, troppi uomini dell’élite, abusare di donne e ragazze non era poi così grave, era un normale esercizio di potere, persino un’etichetta del potere. Dopo il 2019, quasi tutti gli ex associati di Epstein hanno preso le distanze, dichiarando di “pentirsi profondamente”. Resta da chiedersi se il pentimento riguardi la frequentazione in sé o il suo essere diventata di dominio pubblico.
C’è in questo, una banalità del privilegio. Una omertà classista e sessista. In certi vertici del potere (economico, accademico o politico), il comportamento predatorio non era visto come un crimine mostruoso, ma come un “vizio privato” o un’eccentricità da gestire con discrezione. In questo sentire, le vittime diventano un rumore di fondo.
In quegli ambienti, le giovani donne coinvolte non venivano viste come persone soggetto di diritti, ma come accessori del potere. Erano parte dell’arredamento delle ville di lusso o dei jet privati. Se una ragazza spariva o veniva pagata per tacere, il sistema non si scuoteva perché, per quel tipo di élite, la sopravvivenza del “club” e dei suoi scambi di favore era più importante della vita di una ragazzina anonima.
Il diritto è del “Signore moderno”. C’era una sorta di tacita accettazione del fatto che un uomo con miliardi di dollari e contatti globali potesse vivere secondo regole diverse. Questo senso di impunità era alimentato dal fatto che, per decenni, i soldi hanno effettivamente comprato il silenzio. Quando vedi che qualcuno commette abusi e non succede nulla (o ottiene un patteggiamento ridicolo come quello del 2008), l’orrore si normalizza. Lui è fatto così, ma guarda quanti soldi e che relazioni ha.
Molte delle personalità citate (scienziati, intellettuali, politici) traevano vantaggio dalla vicinanza a Epstein. In una gerarchia di valori cinica. Era alto il valore di ottenere un finanziamento per la ricerca o un incontro con un leader mondiale. Era basso il valore di preoccuparsi della provenienza delle ragazze che giravano per casa. Finché la condotta di Epstein restava “discreta” (cioè non finiva sui giornali con foto segnaletiche), per molti non c’era motivo di rompere il legame. Il “senso di orrore” scatta spesso solo quando il fango rischia di sporcare anche chi sta seduto a tavola con il predatore.
La protezione è del gruppo. L’impunità si autoalimenta. Se io so che tu hai un segreto e tu sai che io lo so (e magari ne traggo vantaggio), siamo entrambi protetti. È una forma di mutua assicurazione morale. Questo spiega perché uomini con visioni del mondo opposte (come i conservatori e i progressisti radicali) si ritrovassero nello stesso salotto: il privilegio di classe e di genere creava un terreno comune più forte delle divergenze ideologiche.
La vera forza di Epstein non erano solo i suoi soldi, ma la sua capacità di rendere i suoi ospiti complici morali attraverso il silenzio. Chi frequentava la sua isola dopo il 2008 non poteva dire “non sapevo”; poteva solo dire “pensavo che non mi avrebbe mai toccato”.
È proprio questa “tolleranza della discrezione” che il movimento #MeToo ha cercato di scardinare, rendendo il costo reputazionale del silenzio più alto del vantaggio della frequentazione.
Prima del 2017 (l’anno dell’esplosione del caso Harvey Weinstein), le vittime di abusi da parte di uomini potenti venivano spesso isolate, pagate per tacere (tramite gli NDA o accordi di riservatezza) o screditate. Il #MeToo ha dato forza alle testimoni e creato attenzione mediatica. Molte donne che avevano subito abusi da Epstein si sono sentite sicure nel farsi avanti collettivamente. L’inchiesta del Miami Herald sul caso Epstein, nel 2018, ha trovato un terreno fertile in un’opinione pubblica che non era più disposta a tollerare l’impunità per i crimini sessuali.
Il #MeToo ha scosso l’idea che la ricchezza potesse comprare il silenzio perpetuo. Nel 2008, il potere di Epstein e dei suoi avvocati (tra cui Alan Dershowitz e Ken Starr) aveva intimidito l’accusa. Nel 2019, quel tipo di pressione non era più sufficiente a fermare l’indignazione pubblica e il desiderio di giustizia per le vittime.
Il moderno patriarcato globale
L’analisi di Amelia Gentleman sul Guardian (pubblicata il 7 febbraio 2026 a seguito della massiccia desecretazione di milioni di documenti del Dipartimento di Giustizia USA) offre una chiave di lettura potente e molto dibattuta: il caso Epstein non sarebbe un’”anomalia” criminale, ma la manifestazione estrema di un “patriarcato globale moderno”.
I file rivelano una divisione brutale. Gli Uomini sono i soggetti. Miliardari, politici, scienziati e leader tecnologici. Questi uomini comunicano tra loro con toni da “club studentesco” (frat-boy tones), scherzano, scambiano favori e informazioni. Per loro, Epstein è un facilitatore di potere. Le donne sono gli oggetti. Nei documenti, le donne appaiono quasi esclusivamente in ruoli di servizio. Sono segretarie che organizzano snack per i “VIP”, assistenti che gestiscono agende, visti e voli, o giovani donne trattate come merci da “migliorare” (i file contengono note agghiaccianti su cure dentali, diete o trattamenti per malattie veneree pagati da Epstein per renderle “presentabili” ai suoi ospiti).
L’autrice definisce questo sistema un patriarcato in azione perché si regge sulla solidarietà maschile di classe. Gli uomini potenti ignoravano i segnali d’allarme (o la condanna del 2008) perché il “club” offriva vantaggi troppo grandi: finanziamenti, contatti politici o semplicemente un ambiente dove la loro autorità non veniva mai messa in discussione.
L’esempio citato è quello di Noam Chomsky. Dai file emerge come nel 2019, pochi mesi prima che Epstein morisse in carcere, Chomsky gli offrisse consigli su come gestire la pessima copertura giornalistica che stava ricevendo, suggerendogli di ignorarla, vista “l’isteria che si è sviluppata sugli abusi contro le donne”. Questo è esattamente ciò che si intende per “patriarcato”: un sistema in cui la sofferenza femminile viene derubricata a fastidio o “isteria” per proteggere l’integrità e il prestigio del gruppo maschile dominante.
Questa frase sintetizza l’essenza della rete: le donne erano le benvenute per fornire piacere o logistica, ma erano sistematicamente escluse dai luoghi dove si prendevano le decisioni vere. Anche quando Epstein proponeva di invitare donne famose (come Anne Hathaway) a cena, lo faceva quasi per “decorare” la tavola per il piacere degli ospiti maschi, non per un riconoscimento della loro statura intellettuale o politica.
Il “moderno patriarcato globale” spiega come mai così tanti uomini di nazioni e ideologie diverse si siano trovati d’accordo nel proteggere Epstein: il sistema di potere che li univa era basato su un tacito accordo di superiorità maschile. In questo contesto, l’abuso non è un incidente, ma una “risorsa” che il capo del club (Epstein) metteva a disposizione dei suoi pari per cementare i legami.
Infatti, la sua rete ha potuto prosperare solo grazie a una struttura sociale che dà priorità assoluta agli interessi e alle carriere degli uomini di successo, trattando le donne (e i loro corpi) come elementi accessori o valuta di scambio. Smantellare questa struttura richiede più di singoli arresti o scandali: richiede che il costo reputazionale del silenzio complice diventi insostenibile, per chiunque. Perché il sistema che lo ha protetto è ancora funzionante. Quante altre reti simili continuano a operare indisturbate, protette dallo stesso moderno patriarcato globale che ha reso possibile la rete di abusi e traffici di Jeffrey Epstein?


