Il ddl Delrio e la definizione IHRA di antisemitismo
Una spada di Damocle sulla protesta contro Israele e la solidarietà con i palestinesi, dopo due anni di massacri a Gaza
I fatti
Il disegno di legge presentato dal senatore Graziano Delrio e altri parlamentari della destra PD propone misure per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo. La proposta adotta la definizione di antisemitismo elaborata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), già recepita dal governo italiano nel gennaio 2020.
La definizione IHRA include tra gli esempi di antisemitismo: sostenere che l’esistenza dello Stato di Israele è un’espressione di razzismo, applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo comportamenti non richiesti ad altri Stati democratici, e fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti.
Il disegno di legge Delrio prevede:
Delega al governo per emanare decreti con prescrizioni all’AGCOM in materia di contenuti antisemiti online
Nomina di controllori nelle università per vigilare su attività interne, comprese quelle didattiche, che possano configurarsi come antisemite secondo i criteri IHRA
Il problema della definizione
La definizione IHRA confonde antisemitismo (odio verso gli ebrei in quanto tali) con antisionismo e critica a Israele (opposizione a uno Stato, alle sue politiche, alla sua ideologia). Questa confusione non è accidentale ma strategica.
L’antisemitismo reale consiste nel vedere gli ebrei, con la loro cultura e religione, come radice del male. È pensare che se gli israeliani fossero cristiani non ci sarebbe guerra né oppressione. La critica antisionista invece prende di mira il nazionalismo, il colonialismo, la segregazione: sostiene che chiunque - di qualsiasi religione - costruisse uno Stato su quelle basi genererebbe lo stesso conflitto.
Nel 2021 un gruppo di storici dell’antisemitismo e dell’Olocausto ha elaborato la Jerusalem Declaration on Antisemitism proprio per denunciare l’intenzione di allargare abusivamente il concetto di antisemitismo fino a comprendervi ogni posizione radicalmente critica verso Israele.
I doppi standard come retorica politica
I doppi standard e i paragoni storici sono strumenti retorici della polemica politica, usati da tutti contro tutti. Israele stesso paragona i suoi nemici ai nazisti, applica standard diversi a sé rispetto ad altri Stati, usa retorica iperbolica contro chi lo critica. Questo è semplicemente come funziona il conflitto politico. Definire questi comportamenti “antisemitismo” solo quando sono rivolti contro Israele significa applicare proprio quei doppi standard che si pretende di condannare.
L’antisemitismo può essere filosionista
L’antisemitismo non si manifesta necessariamente attraverso l’antisionismo. Può emergere anche dal sostegno strumentale a Israele: movimenti evangelici che vedono il ritorno degli ebrei in Terra Santa come prerequisito per il Secondo Avvento, antisemiti europei ottocenteschi che vedevano il sionismo come soluzione al “problema ebraico”, o chi oggi vede Israele come “ghetto perfetto a livello globale” e avamposto utile contro l’Islam, purché gli ebrei restino lontani dall’Europa.
La definizione IHRA, concentrandosi ossessivamente sull’antisionismo come unica forma rilevante di antisemitismo, è completamente cieca verso queste manifestazioni.
La questione dell’autodeterminazione
Mettere in discussione l’autodeterminazione ebraica così come si è realizzata storicamente è una semplice posizione politica, non antisemitismo. Nasce dal riconoscere che questa autodeterminazione ha impedito quella palestinese. Non esiste un diritto assoluto a cui tutti gli altri devono subordinarsi. I diritti devono contemperarsi. Quando un diritto pretende di imporsi come primo e assoluto, si mette in discussione da solo.
Nel 1948 la creazione di Israele comportò la Nakba, l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi. Da allora l’espansione israeliana continua a negare sovranità palestinese. Non c’è nulla di antisemita nel riconoscere questi fatti storici e nell’affermare che due rivendicazioni di autodeterminazione devono trovare un equilibrio.
Il tempismo politico
Tutti questi disegni di legge emergono dopo due anni di operazioni militari israeliane a Gaza che hanno causato decine di migliaia di vittime civili e sono sotto scrutinio internazionale. Questo solleva il legittimo sospetto che l’obiettivo non sia tanto contrastare l’antisemitismo quanto delegittimare la critica a Israele.
Se dopo quattro anni di guerra in Ucraina qualcuno proponesse una legge contro la “russofobia” che includesse tra gli esempi “paragonare la politica russa a quella nazista” o “applicare due pesi e due misure verso la Russia”, capiremmo immediatamente che si tratta di uno scudo per proteggere uno Stato dalle critiche, non di una genuina lotta contro il razzismo.
Il problema della determinatezza
Una legge penale o sanzionatoria deve avere confini chiari. Il cittadino deve poter sapere con ragionevole certezza cosa è vietato e cosa è lecito. Se perfino storici dell’Olocausto, intellettuali ebrei e accademici non concordano su cosa sia antisemitismo (IHRA versus Jerusalem Declaration), come può una legge sanzionatoria basarsi su una delle definizioni controverse?
La legge non dice esplicitamente “è vietato criticare Israele”, ma crea le strutture che potrebbero interpretarlo così, affidando a soggetti terzi (AGCOM, tribunali, rettori universitari) il potere di tracciare confini vaghi. Giornalisti, docenti universitari e attivisti si chiederanno: questa critica è troppo forte? Questo paragone è lecito?
Le rassicurazioni e le contraddizioni dei proponenti
I proponenti dichiarano che la legge colpisce solo “atteggiamenti chiaramente antisemiti”, non le opinioni. Ma le loro stesse parole rivelano la vaghezza dei confini. Walter Verini, cofirmatario del disegno di legge, dice all’HuffPost: “Non si può civettare con chi usa parole d’ordine folli come ‘Palestina libera dal fiume al mare’”. Per Verini questo slogan rientrerebbe tra gli “atteggiamenti chiaramente antisemiti” da prevenire e contrastare.
Il problema è che questo slogan ha interpretazioni radicalmente diverse. I filoisraeliani lo intendono come espressione della volontà di distruggere Israele. Chi lo recita invece lo intende come evocazione di uno Stato laico, unitario, democratico, binazionale, nel quale coesistano con pari diritti ebrei e palestinesi. È esattamente lo stesso slogan, con due significati opposti.
Questo esempio dimostra come i confini tra “atteggiamenti antisemiti” e “opinioni legittime” non siano affatto chiari, nemmeno per chi ha scritto la legge. Ciò che per Verini è “chiaramente antisemita”, per altri è una legittima aspirazione politica. Ed è precisamente questa ambiguità che rende la legge pericolosa: affida a qualcuno il potere di decidere quale delle due interpretazioni sia quella “vera”, e sanzionare di conseguenza.
Non serve nemmeno che la legge venga applicata massicciamente. Bastano pochi casi esemplari per creare autocensura diffusa. Il messaggio diventa: sì, potete criticare Israele, ma fatelo camminando sulle uova.
L’opposizione degli studiosi dell’antisemitismo
Noi, studiosi e studiose di storia degli ebrei e dell’antisemitismo, insieme a scrittori e scrittrici che si occupano di mondo ebraico o che difendono la libertà di parola e di opinione, riteniamo inaccettabili e pericolosi i disegni di legge oggi in discussione sulla prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo.
Tra i firmatari ci sono: Anna Foa, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre. Insieme a loro storici di livello internazionale come Carlo Ginzburg, Giovanni Levi, Simon Levis Sullam, Valentina Pisanty, e scrittori come Helena Janeczek, Roberto Saviano, Bruno Montesano.
Questi intellettuali sono parte della comunità che la legge pretende di proteggere, ma si oppongono fermamente perché riconoscono il rischio di censura e la confusione tra protezione da discriminazione reale e criminalizzazione del dissenso politico.
Il fatto che storici della Shoah e dell’antisemitismo, molti dei quali ebrei, considerino questi disegni di legge “inaccettabili e pericolosi” dovrebbe essere sufficiente a sollevare dubbi sulla reale natura di questa legislazione. Se proprio chi studia professionalmente l’antisemitismo vede in queste leggi una minaccia alla libertà di espressione piuttosto che uno strumento di protezione, forse il problema non sta in chi critica la legge ma nella legge stessa.
Gli effetti documentati all’estero
Nei paesi che hanno adottato la definizione IHRA gli effetti sono stati chiari e preoccupanti:
Uno studio britannico che ha analizzato 40 casi tra il 2017 e 2022 nelle università del Regno Unito ha rivelato che quasi tutte le accuse di antisemitismo basate sulla definizione IHRA sono state respinte. Eppure il danno era già fatto: accademici con contratti temporanei e studenti si autocensurano per paura che anche accuse non confermate possano compromettere le loro carriere.
Kenneth Stern, che ha redatto la definizione IHRA, si è dissociato avvertendo che gruppi di destra la stanno usando come arma per censurare il dibattito nei campus. In Canada oltre 600 accademici hanno firmato una petizione contro la definizione, e 32 associazioni di facoltà hanno preso posizione contraria. L’Associazione Canadese degli Insegnanti Universitari, che rappresenta 72.000 docenti, ha approvato una mozione contro l’adozione della definizione IHRA.
Un giudice federale del Texas ha stabilito che imporre la definizione IHRA limita un tipo di discorso politico fondamentale per l’esperienza universitaria, notando che essa prende di mira specificamente espressioni critiche verso Israele. Più di 104 organizzazioni per i diritti umani e civili, tra cui Human Rights Watch e ACLU, hanno affermato che la definizione è stata spesso usata per etichettare erroneamente la critica a Israele come antisemita, sopprimendo proteste e discorsi legittimi.
La frammentazione identitaria
Questa legge copre con una coperta anche troppo larga l’antisemitismo. E le altre forme di razzismo? L’islamofobia, molto più diffusa in Europa oggi? L’antiziganismo? L’ostilità verso altre minoranze?
Quando si fa una legge speciale per un tipo di discriminazione, si crea implicitamente una gerarchia delle vittime. Ogni comunità, per ottenere tutela, deve dimostrare di essere più vittima delle altre e rivendicare una legge speciale. Questo trasforma la lotta contro le discriminazioni in una competizione vittimistica e crea legislazione identitaria che frammenta la società invece di proteggerla.
Esistono già leggi generali contro la discriminazione, l’incitamento all’odio, la violenza. Si potrebbero rafforzare quelle, applicandole meglio, senza creare una proliferazione di leggi identitarie ciascuna con la sua definizione controversa.
La lotta strumentale all’antisemitismo
La risposta alla frustrazione secondo cui “la lotta all’antisemitismo è diventata di destra” è semplice: è la lotta strumentale all’antisemitismo a essere di destra. La lotta a un antisemitismo confuso deliberatamente con l’antisionismo per criminalizzare la protesta contro Israele. Non è un caso che questi disegni di legge emergano proprio ora.
L’antisemitismo reale esiste e va combattuto con il massimo rigore. Ma proprio perché esiste, non si può permettere che venga banalizzato e trasformato in uno strumento per proteggere uno Stato dalle conseguenze reputazionali delle sue azioni. Questo non solo non combatte l’antisemitismo, ma paradossalmente lo alimenta confondendo deliberatamente ebrei e Israele.
Il disegno di legge Delrio, per le sue premesse e per i suoi contenuti, rischia di creare esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato: soffocare il dibattito legittimo, proteggere uno Stato dalla critica, e rendere impossibile distinguere l’antisemitismo vero dalla legittima opposizione politica a un governo e alle sue politiche.
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