Dal cielo al mare
Attivismo, diplomazia, cultura, sport, tecnologia e lavoro nella risposta al genocidio di Gaza
Con lentezza, prima dei loro governi, le società occidentali iniziano a reagire al genocidio di Gaza, per cercare di fermarlo o per non esserne complici.
La Global Sumud Flotilla
La Global Sumud Flotilla è senza dubbio l’azione più audace e rischiosa in corso, concentrata sul soccorso immediato e sulla sfida al blocco navale israeliano, che la rende un simbolo potente di resilienza (”sumud” in arabo). Emerge come consolidamento di movimenti preesistenti, come la Freedom Flotilla, e coinvolge attivisti da oltre 40 paesi, con più di 50 navi partite dalla Spagna il 31 agosto 2025, cariche di aiuti medici, cibo e acqua per contrastare la carestia a Gaza.
La Flotilla mira a stabilire un “corridoio umanitario nautico” per aggirare i blocchi terrestri israeliani, portando aiuti essenziali in un contesto di “genocidio in corso” come denunciato da attivisti e ONU. Al 27 settembre 2025, le navi sono a circa 463 miglia nautiche da Gaza, con aggiornamenti live che riportano droni israeliani in hovering, jamming delle comunicazioni e esplosioni vicine – un volontario ha dichiarato di essere “non scoraggiato” dalle minacce. Frontex (l’agenzia UE per i confini) ha rifiutato protezione, lasciando la Flotilla esposta a rischi, mentre Israele ha proposto (e visto respinto) lo scarico degli aiuti a Cipro per un trasferimento pacifico, accusando la missione di essere “propaganda per Hamas”.
Nella Flotilla sono coinvolte 46 nazionalità, con delegati da paesi che hanno aderito alla missione per rompere il blocco su Gaza. Questo include attivisti da nazioni come Malesia, Libia, Sudafrica, Messico e molti altri, con un totale di oltre 500 partecipanti su 52 imbarcazioni.
I portuali
Riferisce Politico, che i portuali da tutta Europa si sono riuniti venerdì e sabato a Genova, in Italia, per coordinare un boicottaggio mirato a bloccare le spedizioni di armi destinate a Israele, con il potenziale di espandersi in un embargo commerciale più ampio. La notizia mostra un’intensificazione significativa nelle azioni di protesta operaie contro il conflitto a Gaza. L’iniziativa, organizzata dal sindacato italiano USB (Unione Sindacale di Base), ha visto la partecipazione di delegati da vari paesi europei, inclusi portuali belgi, francesi, spagnoli e svedesi, che puntano a interrompere il flusso di merci militari attraverso i porti chiave dell’UE.
Il focus iniziale è sul blocco di navi che trasportano armi o componenti per Israele, in risposta al “genocidio in corso a Gaza” come denunciato dai sindacati. USB ha già bloccato spedizioni a Genova e Livorno nei giorni scorsi, e l’incontro mira a sincronizzare azioni simili in altri porti europei, come Anversa (Belgio) o Marsiglia (Francia). Un portavoce USB ha dichiarato: “I lavoratori portuali sono la spina dorsale del commercio globale; possiamo fermare questa macchina da guerra”. Potenziali impatti includono ritardi nelle catene di fornitura e pressioni economiche su aziende come Leonardo (italiana) che esportano a Israele.
Questa mobilitazione fa parte di uno sciopero generale italiano per Gaza del settembre 2025, con proteste, blocchi stradali e portuali in oltre 20 città, che hanno interrotto il traffico e attirato migliaia di manifestanti. I portuali genovesi sono in prima linea da ottobre 2023, rispondendo ad appelli palestinesi per fermare le armi. Il 27 settembre, i sindacati hanno lanciato una campagna formale per boicottare tutte le navi con armi per Israele.
Microsoft
Lo rivela un’inchiesta dell’Associated Press: Microsoft ha recentemente disabilitato l’accesso a determinati servizi cloud e di intelligenza artificiale per un’unità specifica delle forze armate israeliane, dopo aver rilevato violazioni dei suoi termini di servizio legate a un programma di sorveglianza di massa su civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
L’articolo cita report precedenti, come quello dell’AP di febbraio 2025 e del Guardian di agosto 2025, che hanno rivelato come l’Unità 8200 (un’élite di cyber-guerra israeliana) abbia utilizzato Azure per analizzare milioni di chiamate telefoniche palestinesi al giorno, immagazzinando i dati in data center Microsoft in Europa e integrandoli con sistemi AI per operazioni militari, inclusi raid aerei.
Dopo un review interno a maggio (che non aveva trovato prove di danni) e un secondo audit esterno in corso, l’azienda ha bloccato i servizi giovedì scorso. Brad Smith, presidente di Microsoft, ha dichiarato in un post sul blog: “Abbiamo scoperto prove che i nostri prodotti sono stati usati in violazione dei termini di servizio”.
Le segnalazioni indicano che i tool Microsoft sono stati usati per intercettare, trascrivere e tradurre conversazioni private, contribuendo a arresti e targeting. Microsoft aveva già ammesso di aver aiutato a localizzare ostaggi israeliani dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ma ora enfatizza: “Non abilitiamo né abiliteremo la sorveglianza di massa”.
Hossam Nasr, ex dipendente Microsoft e attivista di “No Azure for Apartheid”, ha definito la mossa una “vittoria significativa ma insufficiente”, poiché “la maggior parte del contratto con l’esercito israeliano rimane intatta”.
Uefa e Fifa
Secondo un’inchiesta di El País, UEFA e FIFA stanno valutando l’espulsione di Israele da tutte le competizioni internazionali, inclusa la qualificazione al Mondiale 2026 e tornei come l’Europa League (dove il Maccabi Tel Aviv è attualmente impegnato). Le discussioni informali sono in corso dalla scorsa settimana, con una possibile decisione nei prossimi giorni: UEFA potrebbe convocare un comitato esecutivo straordinario entro la prossima settimana, mentre il Consiglio FIFA si riunirà il 2 ottobre.
L’iniziativa è partita da esperti ONU che, il 23 settembre, hanno chiesto la sospensione di Israele dalle competizioni sportive per il “genocidio in corso” a Gaza, sostenendo che lo sport non debba normalizzare violazioni dei diritti umani. Questo segue report ONU su azioni militari israeliane e proteste globali, come quelle che hanno interrotto la Vuelta a Madrid.
Si richiama all’espulsione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, decisa congiuntamente da UEFA e FIFA nonostante resistenze iniziali. Qui, UEFA (guidata da Alexander Ceferin) è più aggressiva, mentre FIFA (con Gianni Infantino) è cauta per legami geopolitici, inclusi quelli con Donald Trump, la cui amministrazione sta lavorando attivamente per bloccare il ban.
La Turchia ha formalizzato una petizione per l’espulsione immediata, citando il conflitto a Gaza e attacchi recenti contro Qatar. Altre federazioni, come quelle di oltre 40 nazioni, si oppongono a giocare contro Israele.
Eurovision
The Guardian riporta che l’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) ha annunciato un voto online straordinario all’inizio di novembre per decidere sull’espulsione del broadcaster israeliano Kan dal concorso Eurovision Song Contest 2026, ospitato a Vienna in Austria per il 70° anniversario. La notizia sta dominando le discussioni sul mondo dell’Eurovision, con un’eco che si lega alle recenti tensioni sportive come quelle UEFA/FIFA.
Il voto è stato reso necessario da una “diversità senza precedenti di opinioni” tra i membri EBU, scatenata da minacce di boicottaggio da parte di diverse nazioni europee se Israele dovesse partecipare. Le proteste si concentrano sulle azioni militari israeliane a Gaza, accusate di violazioni dei diritti umani, e seguono le controversie degli ultimi anni (proteste a Malmö 2024 e Basilea 2025). Oltre 70 ex concorrenti Eurovision hanno firmato una lettera aperta chiedendo l’esclusione di Israele.
Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia hanno minacciato formalmente di ritirarsi. La Slovenia ha confermato ufficialmente il boicottaggio se Israele resta. Al contrario, la Svezia ha chiarito che non boicotterà, e l’Austria (ospitante tramite ORF) ha espresso “pieno sostegno” alla partecipazione israeliana, assicurando che l’evento procederà comunque.
Il voto si terrà durante un’assemblea generale straordinaria online. Basterà una maggioranza semplice (non il 75% temuto da Kan) per bloccare Israele dal 2026. Israele non parteciperà al voto.
Spazio aereo di Francia e Spagna
The National racconta che il primo ministro israeliano ha intrapreso un percorso aereo insolitamente lungo e meridionale verso New York giovedì 25 settembre, evitando deliberatamente lo spazio aereo francese e spagnolo durante il volo per l’Assemblea Generale ONU, nonostante la Francia avesse autorizzato esplicitamente il sorvolo. Questo detour ha aggiunto ore al viaggio, passando sul Mediterraneo e sullo Stretto di Gibilterra, e ha sorvolato invece Grecia e Italia.
Non è stata data una ragione ufficiale, ma sembra una misura precauzionale per il mandato della CPI del novembre 2024, che espone Netanyahu al rischio di arresto in paesi membri come Francia e Spagna. La Spagna ha recentemente annunciato supporto alle indagini CPI e la creazione di un team per verificare abusi umanitari a Gaza, mentre la Francia ha riconosciuto lo stato palestinese questa settimana, unendosi a un’iniziativa di pace con Regno Unito e Canada. Netanyahu ha avuto scontri accesi con Macron e Sanchez, accusandoli di fomentare l’antisemitismo. A differenza del volo di luglio verso gli USA, che sorvolò direttamente la Francia, questa rotta è la prima ad evitare l’Europa da quando è scattato il mandato.
L’aereo di stato “Wing of Zion” è partito da Tel Aviv per New York, dove Netanyahu ha parlato all’ONU venerdì e incontrerà il presidente USA Donald Trump alla Casa Bianca la prossima settimana. I tracciatori di volo come FlightRadar24 hanno documentato il percorso tortuoso, che ha evitato anche Portogallo e Slovenia (quest’ultima ha minacciato esplicitamente l’arresto se entrasse nel suo territorio).
Invece, Grecia e Italia, pur essendo firmatari dello Statuto di Roma (il trattato che istituisce la CPI e obbliga a eseguire i mandati di arresto), non hanno espresso intenzioni esplicite di far rispettare il mandato contro Netanyahu, invocando la sua immunità come capo di governo in carica. Il sorvolo dei due paesi permette atterraggi d’emergenza presso le basi Usa, senza rischi di arresto, eventualità necessaria per le condizioni mediche di Netanyahu.
Lo stato palestinese
In soli pochi giorni, dal 21 al 23 settembre, diversi paesi occidentali e europei hanno formalizzato il riconoscimento dello stato di Palestina, portando il totale a 157 stati membri ONU (circa l’81% del totale) che lo fanno. Si tratta di un’onda coordinata, con 11 nuovi riconoscimenti solo nel 2025 e 20 dall’inizio della guerra a Gaza nel 2023.
Il 21-22 settembre, Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo hanno annunciato il riconoscimento in dichiarazioni separate ma sincronizzate, motivato dalla necessità di “rafforzare chi cerca la coesistenza pacifica e porre fine a Hamas”. Il 23 settembre, Francia, Belgio, Lussemburgo, Malta, Andorra e Monaco hanno seguito, con la Francia che ha guidato una “Dichiarazione di New York” sottoscritta da 142 paesi per uno stato palestinese sovrano. Questi passi sono stati definiti “storici” ma simbolici, poiché la Palestina resta sotto controllo israeliano, e diventano concreti solo con il sostegno USA (che resiste).
I riconoscimenti rispondono alle denunce ONU di “genocidio in corso” a Gaza e mirano a rilanciare la soluzione a due stati, isolando Israele diplomaticamente. L’UE resta divisa, ma questa ondata europea (inclusi ex alleati stretti come UK e Canada) segna un turning point.
Un mosaico di reazioni e azioni
Queste mobilitazioni, reazioni, azioni diverse tra loro, costruiscono un fronte che non ha un solo centro né un’unica regia, ma che condivide lo stesso obiettivo: rompere la normalizzazione del genocidio a Gaza. La forza di questo mosaico non sta tanto nella capacità immediata di fermare Israele, quanto nello smuovere la passività e nel logorare il consenso internazionale che ancora lo sostiene.
Come accadde contro l’apartheid sudafricano, lo sport, la cultura, il lavoro e la tecnologia diventano campi di battaglia della solidarietà. Ogni blocco di armi, ogni squalifica sportiva, ogni boicottaggio è una crepa nella pretesa di Israele di presentarsi come un normale Stato democratico, mentre continua a massacrare un’intera popolazione civile.
La tendenza all’isolamento di Israele fa sperare in un passaggio molto importante: non più solo proteste di piazza, ma pressioni culturali, economiche, simboliche e diplomatiche che mettono governi e multinazionali di fronte alle proprie responsabilità. L’Occidente politico rimane ancora esitante, ma le sue società civili hanno già cominciato a muoversi. E potrebbero trascinarlo con sé.


