La coazione a ripetere delle guerre americane in Medio Oriente
Nonostante i fallimenti degli interventi armati in Afghanistan e Iraq, e il disimpegno militare promesso da Trump, gli Stati Uniti sono di nuovo in guerra nel Golfo Persico. Stavolta contro l'Iran.
Gli Stati Uniti hanno fatto diverse guerre in Medio Oriente dal 2001, sempre con esiti diversi da quelli previsti, per non dire fallimentari. Tanto che, nel 2023, dopo l’attacco del 7 ottobre, Biden consigliò a Netanyahu di non ripetere gli errori che fece l’America dopo l’11 settembre. Non solo. Gli americani hanno eletto alla Casa Bianca un candidato, Donald Trump, da sempre contrario alle guerre americane in Medio Oriente, inutili, anzi dannose perché fanno alzare i tassi d’interesse. Un presidente che si vanta di chiudere le guerre e che ambisce con prepotenza al Nobel per la Pace. Ciò nonostante, l’America di Trump ha attaccato l’Iran. Gli Stati Uniti sono di nuovo in guerra in Medio Oriente. Come in una eterna coazione a ripetere.
La prima spiegazione che viene in mente è che gli Usa siano irresistibilmente attratti dalle risorse energetiche: il petrolio, il gas e adesso le terre rare. Eppure, gli Usa sono diventati esportatori netti di petrolio, ormai indipendenti dai giacimenti dei paesi del Golfo Persico. L’indipendenza però non basta. Per mantenere l’egemonia mondiale, è utile, anzi necessario, controllare i grandi produttori e le rotte di rifornimento, per controllare alleati e avversari, specie da parte di una amministrazione molto legata al consumo di combustibili fossili e contraria alle energie rinnovabili. Forse, proprio per questo.
Infatti, gli Usa hanno appena aggredito il Venezuela, per accaparrarsi il petrolio venezuelano. Con l’idea che “lo vendiamo noi a Russia e Cina”. Il successo dell’operazione che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro e Cilia Flores, sufficienti a sottomettere il regime sotto la guida di Delcy Rodriguez, può avere indotto Trump a pensare di poter replicare l’operazione. Uccidere Alì Khamenei, per sottomettere gli Ayatollah e i pasdaran, facendo emergere un leader compiacente dello stesso regime. Peraltro, un regime sottomesso in Iran potrebbe offrire un mercato di quasi cento milioni di persone.
Quelli più concentrati su Israele dicono che è stato Netanyahu a trascinare Trump in una guerra contro l’Iran. La congressista democratica Sara Jacobs (California) ha dichiarato che Netanyahu ha cercato per decenni di convincere i presidenti americani ad attaccare l’Iran, e che Trump è stato il primo abbastanza stupido da farlo. La spiegazione ha senso, non tanto perché Israele controlli gli Usa o il mondo, quanto perché è normale che un alleato minore con le idee chiare conduca un alleato maggiore con le idee confuse. Israele vuole eliminare la minaccia nucleare iraniana e forse lo stesso stato iraniano troppo grande e troppo forte, per i propositi espansionistici della destra israeliana. Il ruolo di Israele nella decisione Usa di attaccare l’Iran è stato evocato dallo stesso segretario di stato Marco Rubio. Il quale ha dichiarato. “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato [da Israele], ci avrebbe immediatamente colpito, e sapevamo che se non fossimo andati noi preventivamente contro di loro prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite maggiori”.
Questa spiegazione rimanda all’inerzia imperiale americana. Soprattutto dopo la prima guerra del Golfo nel 1991 contro l’Iraq, gli Usa hanno costruito basi militari, infrastrutture navali, alleanze strategiche in Medio Oriente. Questa presenza diventata permanente espone gli Usa a qualsiasi crisi regionale. Senza visione strategica, la responsabilità imperiale li obbliga a fare comunque qualcosa, nella speranza che non sia la cosa sbagliata. Cosa facile con un alleato minore sempre in guerra su più fronti.
D’altra parte, gli Usa hanno una potenza militare e tecnologica senza pari, da pensare di poter annichilire ogni avversario. Con una tale sproporzione di forze, come si può non essere tentati di sciogliere ogni nodo con la spada? Un metodo che sembra funzionare molto bene nelle fasi iniziali della guerra, quelle più distruttive, dove puoi rovesciare impressionanti quantità di bombe sulle città del nemico, fino a credere di poterlo ridurre all’età della pietra. I guai cominciano quando, nonostante ciò, il nemico non si arrende, il regime non cade, oppure se cade, il nemico continua lo stesso a combattere e allora per vincere occorrono le truppe di terra e ne occorrono tante. Da quel momento, la vittoria travolgente diventa un pantano fino all’ingloriosa ritirata.
Però, questo viene dopo, forse sarà ereditato da amministrazioni successive. Intanto, l’amministrazione in carica pensa di poter godere dei vantaggi immediati. Uno è quello di spostare all’esterno le tensioni interne, come quelle che hanno opposto la popolazione di Minneapolis all’ICE durante la campagna di rastrellamento degli immigrati o quella animata dallo scandalo degli Epstein files e della loro pubblicazione, che in misura sufficientemente imbarazzante e forse anche penalmente coinvolgono l’attuale presidente degli Stati Uniti.
Un altro vantaggio immediato, più strutturale, è quello che riguarda gli interessi del complesso militare industriale. Una parte enorme del PIL e dell’occupazione statunitense dipende dalla produzione di armamenti. Una pace duratura è, paradossalmente, un rischio economico per certi settori industriali che necessitano di testare e vendere nuovi sistemi. Se anche una guerra ha esiti disastrosi, la parte che ci perde e quella che ci guadagna, in una società, non sono le stesse.
Infine, una condizione favorevole al ripetersi delle guerre è lo svilimento del diritto internazionale e umanitario. A forza di violare la legalità internazionale e fare migliaia di vittime civili, creare crisi umanitarie, oggi sembra meno grave provocare questi effetti, è meno scoraggiante, l’opinione pubblica è più abituata. Chi è favorevole alla guerra se la cava con il paragone con la Seconda guerra mondiale, chi è contrario è piegato dalla rassegnazione. Se il “prezzo” reputazionale e legale di un’aggressione cala, la soglia decisionale per far scattare l’attacco si abbassa drasticamente.


