L'ombra di un attacco USA all'Iran
Sarebbe illegale. Potrebbe far collassare il regime o compattarlo, fare più vittime di quelle che vuole salvare. Le opposizioni sono divise nell'evocarlo e temono la frammentazione del Paese.
Un eventuale attacco USA all’Iran avverrebbe in violazione del diritto internazionale. L’articolo 2, paragrafo 4 della Carta dell’ONU proibisce agli stati l’uso della forza e anche la semplice minaccia. Qualsiasi attacco è un atto di aggressione. A meno che l’attacco non sia autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. L’articolo 51 riconosce il diritto naturale alla legittima difesa, per cui l’attacco deve essere necessario, ossia privo di alternative, e proporzionato all’offesa ricevuta. Nel caso della legittima difesa collettiva, gli USA potrebbero intervenire in difesa di un alleato vittima di un attacco armato, Israele, se quest’ultimo chiede aiuto. La Carta dell’ONU non riconosce la legittimità della difesa preventiva o degli attacchi contro attori non statali in violazione della sovranità di uno stato ospitante, e neppure delle rappresaglie punitive contro azioni passate. Dato questo quadro giuridico, un attacco USA all’Iran, nelle attuali circostanze, non potrebbe essere legale. (Treccani)
Tuttavia, chi valorizza il risultato immediato e non valuta gli effetti di lungo periodo, mette il rispetto del diritto internazionale in secondo piano rispetto alla prioritaria importanza degli obiettivi politici. L’attacco USA all’Iran sarebbe da compiersi anche se illegale, perché potrebbe far collassare il regime degli Ayatollah e salvare gli oppositori interni dalla repressione. C’è però da valutare quanto questi obiettivi siano realistici.
La scommessa sul collasso del regime
Secondo le valutazioni più ottimistiche, un attacco USA all’Iran non farebbe cadere il regime con le bombe, ma agirebbe da catalizzatore, per la rivolta interna già in atto. Un attacco mirato alle infrastrutture di comunicazione e ai centri di comando dei Pasdaran (IRGC) e dei Basij potrebbe paralizzare la loro capacità di reprimere le proteste di piazza. Se le forze di sicurezza non ricevono ordini o rifornimenti, il regime perde il suo “muro di protezione”. Colpire terminali petroliferi o infrastrutture critiche porterebbe l’economia iraniana (già provata dalle sanzioni) al punto di rottura totale, spingendo anche le classi sociali più conservatrici a ribellarsi. L’eliminazione mirata di figure chiave (come la Guida Suprema o i vertici militari) potrebbe creare un vuoto di potere e scatenare lotte fratricide tra le diverse fazioni del regime, portandolo all’implosione. (IISS)
L’effetto compattamento
Eppure, esiste il rischio concreto che un attacco USA all’Iran ottenga l’effetto opposto e rafforzi il potere degli Ayatollah. Storicamente, le popolazioni tendono a compattarsi attorno al proprio governo quando vengono attaccate da una potenza straniera. Anche chi odia il regime potrebbe unirsi alla difesa della “patria” contro l’invasore americano. In stato di guerra, il regime avrebbe il pretesto per eliminare definitivamente ogni oppositore interno, etichettandolo come “traditore” o “agente straniero”, con una violenza ancora più estrema di quella attuale. Il sistema iraniano è costruito per sopravvivere a forti pressioni esterne. La struttura di potere è decentralizzata e ideologicamente motivata, il che rende difficile un crollo rapido come quello visto in Iraq nel 2003. Le analisi più recenti, dopo la guerra dei dodici giorni tra Israele, USA e Iran nel 2025, suggeriscono che il regime è oggi più fragile rispetto al passato. Tuttavia, gli esperti avvertono che senza un’alternativa politica chiara e organizzata all’interno dell’Iran, la caduta del regime potrebbe portare a una guerra civile o a una dittatura militare dei Pasdaran, piuttosto che a una democrazia stabile. (House of Commons Library)
Le potenziali vittime civili di un intervento USA
Inoltre, un attacco USA all’Iran, motivato dallo scopo di proteggere la popolazione civile dalla repressione del regime degli Ayatollah, correrebbe il rischio di infliggere più sofferenze di quelle che vorrebbe alleviare. Il regime degli Ayatollah utilizza la violenza sistematica per mantenersi al potere. Secondo i dati delle ONG (come Hrana e Amnesty International) aggiornati all’inizio del 2026, solo nelle recenti ondate di protesta si stimano tra i 2.000 e i 12.000 morti causati dalle forze di sicurezza (Basij e Pasdaran). Decine di migliaia di persone sono in carcere, con denunce costanti di torture e condanne a morte per motivi politici. Questo nel contesto di una crisi economica cronica che ha spinto oltre la metà della popolazione sotto la soglia di povertà, aggravata dalla corruzione delle élite militari. Un intervento militare USA, anche se “chirurgico”, comporterebbe pericoli umanitari immediati e massicci. Nonostante l’uso di armi di precisione, colpire centri di comando situati in aree urbane (come Teheran o Isfahan) causerebbe inevitabilmente centinaia o migliaia di morti civili. Se venissero colpiti siti nucleari (come Bushehr o Natanz), il rischio di fuoriuscita di materiali tossici o radioattivi potrebbe contaminare l’aria e l’acqua, colpendo milioni di persone a lungo termine. La distruzione di reti elettriche, idriche e di comunicazione paralizzerebbe gli ospedali e la distribuzione di cibo, creando una crisi umanitaria acuta. Il vuoto di potere potrebbe scatenare scontri tra fazioni, trasformando l’Iran in una “nuova Siria” e generando un flusso di milioni di profughi verso i paesi vicini e l’Europa. (Scienza in rete)
Manifestanti e oppositori interni all’Iran
Il fronte dei manifestanti e dell’opposizione iraniana riguardo un intervento militare degli Stati Uniti è molto frammentato. Non esiste un’opinione univoca: il dibattito oscilla tra la disperazione di chi vede nelle bombe l’unica via d’uscita da una repressione brutale e il timore nazionalista di vedere il proprio Paese distrutto o occupato. (Chatham House)
I gruppi più favorevoli all’intervento americano vedono nell’apparato militare degli USA l’unico strumento capace di smantellare i Pasdaran (IRGC), che considerano il vero ostacolo alla rivoluzione.
Il MEK (Mujahidin del Popolo / CNRI), la cui leader Maryam Rajavi è tra le voci più forti nel chiedere un “intervento mirato”, affermano che la comunità internazionale debba passare dalle parole ai fatti. I loro sostenitori spesso sventolano cartelli che chiedono il riconoscimento del “diritto dei manifestanti a difendersi” con il supporto aereo occidentale. Con l’aumento dei morti (stime recenti parlano di oltre 12.000 vittime nella repressione del 2025-26), il settore più radicale dei manifestanti, una parte della gioventù iraniana nelle strade, ha iniziato a invocare apertamente l’aiuto di Trump. Il ragionamento è: “Ci stanno già uccidendo in massa, peggio di così non può andare”. Alcuni attivisti della diaspora e commentatori su canali come Iran International spingono per attacchi cyber e militari contro i centri di comando e le prigioni per impedire le esecuzioni di massa.
La parte più visibile dell’opposizione liberale e monarchica ha una posizione cauta: “supporto si, invasione no”. Reza Pahlavi (l’erede al trono) in una recente conferenza a Washington (gennaio 2026), ha chiesto un “intervento mirato” ma ha ribadito: niente truppe di terra. La sua proposta è che gli USA colpiscano le comunicazioni e la leadership dei Pasdaran per favorire le defezioni dei soldati semplici, ma insiste che il cambiamento deve essere guidato dagli iraniani. Obiettivo: indebolire il regime senza distruggere lo Stato o le infrastrutture civili.
Ad opporsi all’intervento americano sono i sovranisti e la Sinistra. Molti manifestanti e intellettuali temono che un attacco trasformi l’Iran in un nuovo Iraq o in una Libia, o che rafforzi il regime attraverso il nazionalismo. Molte organizzazioni di sinistra studentesche e i sindacati indipendenti temono che un intervento americano sia dettato da interessi imperialisti e che finirebbe per colpire la classe operaia iraniana. Il loro slogan è spesso: “Né mullah, né intervento straniero”. Nazionalisti laici temono che un attacco straniero porti alla frammentazione dell’Iran, al rischio di secessione di province come il Kurdistan o il Sistan e Baluchistan, e preferiscono una lotta di logoramento interna, per quanto lunga e dolorosa. Intellettuali come molti premiati attivisti per i diritti uman, spesso detenuti a Evin, sostengono che la legittimità della rivoluzione dipenda dalla sua natura endogena e non dal “regime change” importato.
In questo momento, il fattore che sta spostando l’opinione dei manifestanti verso la richiesta di intervento è la ferocia della repressione: più il regime uccide, più la popolazione civile è disposta ad accettare “il male minore” di un attacco americano pur di vedere la fine del sistema attuale. Tuttavia, rimane una profonda diffidenza storica verso le intenzioni di Washington, alimentata dal ricordo del colpo di stato del 1953.
Le minoranze etniche in Iran
Le minoranze etniche in Iran (che rappresentano circa il 40-50% della popolazione) vivono una condizione di “doppia oppressione”: quella politica del regime e quella etnica/culturale del governo centrale. Per questo motivo, la loro prospettiva su un intervento americano è molto diversa da quella dei manifestanti di Teheran o dei monarchici. (Wikipedia)
I Curdi (Rojhelat - Nord-Ovest) sono storicamente i più organizzati e politicamente strutturati. Gruppi come il KDPI (Partito Democratico del Kurdistan Iraniano) e Komala hanno una visione molto pragmatica. Sono favorevoli all’intervento USA con riserva. Vedono negli USA un potenziale alleato, seguendo il modello del Kurdistan iracheno (KRG). Sperano che un attacco americano possa portare alla creazione di una No-Fly Zone sulle loro province, impedendo alle guardie rivoluzionarie di usare l’aviazione e l’artiglieria pesante contro le loro città. Più che il “salvataggio” americano, cercano un vuoto di potere che permetta loro di stabilire un’autonomia regionale o una federazione. Abdullah Mohtadi (Komala) ha spesso dialogato con Washington, chiedendo supporto materiale e politico per l’opposizione curda.
I Beluci (Sistan e Baluchistan - Sud-Est). Vivono nella regione più povera e quella che ha subito il maggior numero di morti per mano del regime (il “Venerdì di sangue” di Zahedan è un simbolo della rivolta). A causa della marginalizzazione estrema e delle esecuzioni di massa, tra i Beluci la richiesta di un intervento esterno è forte. Tuttavia, più che un attacco americano, molti guardano a una protezione internazionale contro quello che definiscono un “genocidio” in corso. Essendo a maggioranza sunnita, la loro opposizione al regime sciita è totale. Un attacco USA verrebbe visto da alcuni gruppi radicali (come Jaish al-Adl) come l’opportunità per una ribellione armata definitiva, anche se questo preoccupa chi teme un’escalation di tipo jihadista. Molvi Abdolhamid, il leader spirituale dei Beluci, ha una posizione complessa: critica ferocemente il regime e chiede giustizia internazionale, ma è cauto nel chiamare apertamente alla guerra straniera per evitare di essere accusato di tradimento religioso.
Gli Azeri (Nord-Ovest). La minoranza turcofona è la più integrata nel sistema di potere (la stessa Guida Suprema Khamenei ha origini azere), ma c’è una forte corrente nazionalista. Molti Azeri temono che un attacco americano possa portare al caos o a una guerra civile che danneggerebbe i loro intensi traffici commerciali. La loro valutazione sull’influenza esterna è più complessa perché gli Azeri guardano con interesse alla Turchia e all’Azerbaigian, alleato degli USA e di Israele. Un intervento americano potrebbe essere visto bene se portasse a una maggiore influenza turca, ma c’è il terrore che l’Iran diventi un campo di battaglia tra potenze.
Gli Arabi (Khuzestan - Sud-Ovest) abitano una regione strategica perché contiene la maggior parte delle riserve di petrolio iraniano. Gli arabi iraniani sanno che, in caso di attacco USA, la loro regione sarebbe la prima a essere colpita, poiché i terminali petroliferi sono obiettivi primari. Gruppi separatisti arabi potrebbero vedere nell’attacco l’occasione per staccarsi da Teheran (”Al-Ahwaz”), ma la popolazione civile teme di rimanere schiacciata tra le bombe americane e la terra bruciata che i Pasdaran praticherebbero ritirandosi.
Il punto di incontro tra tutte queste minoranze (e il timore dei nazionalisti persiani) è che un attacco americano senza un piano di transizione chiaro possa portare alla “Balcanizzazione” dell’Iran: ovvero alla disgregazione dello Stato in tante piccole entità etniche in guerra tra loro. Il regime usa costantemente questo spettro (”Se cadiamo noi, l’Iran sparisce”) per spaventare la popolazione e scoraggiare il sostegno all’intervento straniero.


