“L’aborto non è un diritto” può avere due significati opposti. Può voler sottrarre l’aborto alla giurisdizione dello stato oppure voler sottrarre l’aborto all’autodeterminazione delle donne. Per esempio, nel linguaggio corrente, affermare che “l’aborto è un diritto” vuol dire che lo stato garantisce e regolamenta l’aborto. Viceversa, affermare che “l’aborto non è un diritto” vuol dire che lo stato condiziona o proibisce l’aborto. Nel linguaggio filosofico è più complicato. Dire che “l’aborto è un diritto” presuppone la sottomissione dell’aborto al potere dello stato. Il potere dello stato di legalizzare, condizionare o penalizzare l’aborto. Il potere che conferisce o non conferisce il diritto. Conferisce, ossia concede.
Il femminismo della differenza
Negli anni ‘70, diversamente dalle femministe delle manifestazioni di piazza, militanti laiche o di sinistra, che volevano legalizzare l’aborto, il femminismo della differenza, quello praticato nei gruppi di autocoscienza, rifiutò di riconoscere l’autorità dello stato sull’aborto. Riconobbe una sola autorità: quella delle donne. L’aborto non sta sotto la potestà della legge, sta sotto la potestà materna. Questo femminismo fu contrario alla legalizzazione e si batté per depenalizzare l’aborto. Lo stato deve solo garantire l’assistenza sanitaria. Il diritto è all’assistenza sanitaria delle donne che abortiscono.
Il principio femminista, che non vede nell’aborto un contenuto positivo, ma un effetto negativo della irresponsabilità sessuale degli uomini, ha una evidenza empirica. Lo stato che proibisce o limita l’aborto, non lo estingue, né lo riduce. Solo lo sposta dalla condizione legale e controllata alla condizione clandestina fuori controllo. Quale che sia la legge, le donne praticano l’aborto.
Tuttavia, se ad affermare “l’aborto non è un diritto”, invece di essere una filosofa femminista, è un uomo o una donna di potere, è meglio stare all’erta e non offrire o cercare rassicurazioni nel linguaggio del femminismo della differenza, anche se richiamato. Come fu nel caso di Eugenia Roccella durante la campagna elettorale delle Politiche 2022.
Il governo Meloni
In quella campagna elettorale, il partito Fratelli d’Italia promise di non modificare la legge sull’aborto, la 194/1978, ma di volerla applicare pienamente. Ossia, anche nella parte della prevenzione e del supporto alla maternità. Come lo fece?
Sul fronte della prevenzione, nell’aprile 2024, il governo Meloni, con un emendamento al PNRR, consentì alle Regioni di coinvolgere associazioni di volontariato, anche anti-abortiste, nel lavoro dei consultori familiari, per offrire alle donne tutte le alternative possibili all’aborto. Ma sul fronte dell’applicazione, nell’agosto 2025, il governo impugnò la legge della Regione Sicilia, che prevedeva l’assunzione obbligatoria di medici ginecologi non obiettori di coscienza negli ospedali pubblici. L’altissima percentuale di medici obiettori, superiore al 70% in molte regioni, è il principale ostacolo all’applicazione della legge 194/1978.
Sulla prevenzione e il supporto alla maternità occorre fare una distinzione importante. Una è l’idea collettiva, voluta dal femminismo, dalla sinistra, dallo spirito della legge 194. Un’idea che punta alla rimozione delle cause sociali che inducono le donne all’aborto. Questa idea propone l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, l’accesso libero e gratuito alla contraccezione, servizi sociali e asili nido diffusi, i consultori intesi come presidi sociosanitari pubblici e neutri, la lotta alla povertà, per la piena occupazione femminile e la tutela della maternità nell’accesso al lavoro. Altra è l’idea individuale voluta dalle destre e dagli anti-abortisti. Un’idea persuasivo-assistenziale, che cerca di far desistere le donne che vogliono abortire con aiuti economici spot, percorsi di accoglienza o supporto psicologico finalizzato a farle cambiare idea, magari facendo leva anche sul senso di colpa. Inserire le associazioni cattoliche e pro-life nei consultori serve a questo secondo tipo di prevenzione.
Dal punto di vista del governo delle destre, la prevenzione individualista è molto più economica, non costa soldi allo stato sociale, anzi scarica i costi sulle associazioni cattoliche e pro-life. In più, aggira il conflitto sulla legge, mantiene i consultori, ma prova ad usarli per disincentivare l’aborto delle donne già in gravidanza. Infine, tratta la maternità, non come una possibilità da rendere agibile, ma come un dovere morale da proteggere. Questo tipo di prevenzione non completa l’applicazione, gli fa da opposizione.
Futuro Nazionale
Questo quadro può ancora peggiorare, come vediamo nella seconda puntata del programma di Futuro Nazionale, il nuovo partito di estrema destra fondato dall’ex generale Roberto Vannacci. Anche lui afferma che l’aborto non è un diritto. Ma, già come fece Meloni, nega di voler abolire la legge 194 e dice di volerla applicare pienamente, anche sul piano della prevenzione. Rilancia una condizione già presente in alcune amministrazioni regionali di destra. Vuole vietare la somministrazione della pillola abortiva (RU-486) in regime ambulatoriale o domiciliare, per obbligare le donne a recarsi in ospedale per un’interruzione di gravidanza farmacologica, con una procedura più complessa, lunga e burocratica.
Il programma di Futuro Nazionale vuole riconoscere il concepito “come soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati”. Questo significa attribuire al feto una personalità giuridica prima della nascita, con effetti concreti: accesso a bonus, borse di studio, case popolari già durante la gravidanza, oltre alle aggravanti per i reati che provocano la morte del nascituro. Il partito di Vannacci vuole l’obbligo di ascolto del battito fetale da parte della donna che vuole abortire, come misura di prevenzione, una pratica tipica dei movimenti anti-abortisti per dissuadere la donna dall’aborto. La creazione di un “ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità”, un’istituzione che avrebbe il compito di promuovere una visione “pro-vita dal concepimento alla morte naturale”. L’obbligo di una “culla per la vita” in ogni ospedale, in ogni reparto di maternità, come ulteriore strumento per offrire alternative all’aborto.
Vannacci, a differenza di Roccella, non tenta di incorniciare la sua idea con una qualche strumentalizzazione del pensiero femminista. Il suo “l’aborto non è un diritto” si richiama alla lettera più restrittiva della legge 194, là dove la legge parla di “serio pericolo per la salute fisica o psichica” e non di “diritto”. Questa lettura non riconosce alcuna autonomia alla donna al di là di quanto strettamente concesso dalla norma. Negare il diritto all’aborto è per la destra radicale una dichiarazione di guerra culturale al femminismo e al progressismo.
Nella storia d’Italia
Mentre, nell’Italia unita, il codice Zanardelli del 1889 collocava l’aborto tra i “Delitti contro la persona”, nel regime fascista, il codice Rocco del 1930, lo colloca tra i “Delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Per il fascismo, il bene giuridico leso dall’aborto era la salute demografica della nazione, poiché il corpo femminile e la sua funzione riproduttiva erano strumenti per la potenza dello stato. L’unica possibilità di non essere punite era lo “stato di necessità”. L’aborto poteva essere tollerato solo come extrema ratio, per salvare la donna da un pericolo attuale e grave di danno alla persona, che non poteva essere evitato in altro modo. Suo presupposto era che la vita della madre e quella del feto fossero beni di uguale valore. Il Codice Rocco proibiva anche la propaganda e la vendita di contraccettivi. Nella Repubblica Italiana, la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo questo reato nel 1971.
Nel 1975, ancora la Corte Costituzionale stabilì che l’aborto non costituiva più reato se proseguire la gravidanza avesse comportato un “danno o pericolo grave, medicalmente accertato e non altrimenti evitabile, per la salute della madre”. Non era più necessario che il pericolo per la madre fosse immediato, bastava che fosse prevedibile. La Corte affermò che non esiste equivalenza tra il diritto alla salute di “chi è già persona”, la madre, e la salvaguardia dell’embrione, che “persona deve ancora diventare”. Questa sentenza depenalizzò l’aborto parzialmente, creando un vuoto normativo, che portò al compromesso della legge 194/1978. Legge confermata dal doppio no nei referendum del 1981. Per il si all’abrogazione della legge si schierarono la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano, il partito erede della Repubblica di Salò e genitore di Fratelli d’Italia e ispiratore di Futuro Nazionale.
L’estrema destra
Per l’estrema destra il ventre delle donne è territorio nazionale. I figli sono figli della patria, i futuri soldati e lavoratori. Allora, l’aborto è un suicidio demografico favorito dal femminismo e dal liberalismo. Se le donne della nazione abortiscono, mentre gli immigrati fanno molti figli, la civiltà bianca e cristiana è condannata all’estinzione. Negare il diritto all’aborto, oltre a salvare la vita del concepito, salva la nazione dal destino della scomparsa. La lotta contro l’aborto tiene così insieme due radici dell’estrema destra, l’integralismo cattolico e il nazionalismo.
La destra identitaria crede nei ruoli naturali e complementari di uomo e donna. La donna è la custode della vita, della casa e della continuità della stirpe. La donna che decide da sola d’interrompere una gravidanza si ribella contro l’ordine naturale e contro l’autorità maschile/paterna. Negarle questo diritto significa ristabilire il principio che il corpo femminile ha una funzione sociale, la procreazione, che precede la volontà individuale della donna.
Da questo punto di vista, non c’è alcuna possibilità di fraintendimento o di strumentalizzazione. “L’aborto non è un diritto”, pronunciato dall’estrema destra, non ha alcun punto di contatto con il femminismo della differenza, ha la sua radice nella tradizione politica e culturale del clerico-fascismo.


